A nord ovest tra gli Azeri / 2 - da Soltanieh ai confini con l'Azerbaijan

19 ottobre.

E' giunta l'ora di lasciare Qazvin e i nostri amici. Ma Moustafa ed Hassan, con le loro famiglie, non possono lasciarci andare senza offrirci ancora la loro deliziosa ospitalità. Stamattina, dunque, sveglia alle 5,40, con obiettivo le grotte di Kataleh Khor, tra le più note e frequentate del paese.

Che sono lontanissime, tanto che ci metteremo ben sei ore di viaggio, pur intervallate da un classico ed organizzatissimo picnic sull'erba per fare colazione.

Fermate le macchine in una stradina sterrata in fianco allo stradone trafficato, chiesto il permesso al contadino indicando i due ospiti stranieri, steso un grande telo, la tovaglia, estratto dai bauli ogni ben di dio (pane appena sfornato, feta, miele, thé, yogurt, marmellate, uvette, noci, pistacchi, frutta fresca...) e due seggioline da picnic apposta per noi derelitti, passiamo un'oretta a chiacchierare, mangiare a quattro palmenti e goderci un sole caldo al punto giusto.

Le grotte sono in mezzo al deserto e per arrivarci bisogna fermarsi più volte a chiedere informazioni nei rari e piccolissimi centri abitati in cui passiamo. Siamo ovviamente gli unici stranieri, e Hassan e Moustafa devono contrattare per non farci pagare il prezzo da turisti, solitamente dieci volte più alto di quello per locali. (la tesi vincente per convincere il bigliettaio è "non sono stranieri: sono nostri ospiti!":-). Quindi pagano per noi 45.000 rial, e non 450.000...

Insieme a noi, entra nelle grotte un nutrito, simpatico ed assai rumoroso gruppo di donne iraniane,  alcune delle quali senza velo ("qui la polizia non c'è!" :-) ) 

Le grotte, lunghe circa 3 km sono molto belle e pittoresche e ci godiamo la compagnia e la curiosità che si nutre nei nostri confronti. Molte donne chiacchierano con noi in inglese, raccontando la loro storia ed anche la loro frustrazione nei confronti di una struttura sociale ancora ineguale per i due sessi.

Purtroppo non vengono prese precauzioni per salvare le grotte...luce e calore, nonché le folle che toccano dappertutto, ne comprometteranno probabilmente il futuro.

Ripartiamo e ci dirigiamo verso Soltanieh, dove arriviamo quasi al tramonto, ovvero con la luce migliore per vedere il Mausoleo Mongolo.



Per costruirlo lavorarono 3000 operai... ora è abbastanza sgarrupato e pieno di crepe. Un'impresa italiana, 45 anni fa, lo riempì di poderosi ponteggi per un restauro che abbandonò al'improvviso allo scoppio della Rivoluzione del 1979: sono rimasti lì ad arrugginire ed impedire la vista della cupola dall'interno.

Hassan e gli altri amici, con cui facciamo qualche foto, non lo avevano mai visto prima! Siamo contenti di averglielo rivelato...

Poi, calata la sera, Hassan e Moustafa si adoperano per cercare un taxi (forse l'unico, visto che di qui passano pochi turisti) che ci  porti a Zanjan. Lo trovano con non poche difficoltà, spiegano all'autista dove portarci e giunge il momento dei saluti commossi a tutte e due le famiglie... Sono abbracci, occhi rossi, qualche soffiata di naso, promesse di rivederci di nuovo qua o da noi, di tornare presto, e ringraziamenti infiniti e sentiti per tutto quel che ci hanno offerto: il loro tempo, le loro case, le loro cose, il loro cibo, le attenzioni e la cura con cui ci hanno trattato in questi tre giorni che ci sono sembrati molti di più per il legame forte e sincero che si è creato tra di noi.


Zanjan

Per 220.000 rial ci facciamo portare all'hotel Sepid, in Viale Imam Khomeini, dove la proprietaria è molto gentile e parla inglese. Il Sepid Hotel è in pieno centro. Ha vissuto giorni migliori, ma mantiene comunque un aspetto da hotel occidentale. Ci siamo solo noi ed un manovale di Monaco di Baviera. Chiediamo una stanza e ci viene proposto di scegliere tra una ampia, riscaldata ma col bagno alla turca, come si usa qua, e una più piccola, gelida, con vista su un brutto cortile ma con un vero wc.  La nostra preferenza va alla seconda: ci serve riprendere qualche comfort occidentale... a costo di patire il freddo mentre ne usufruiamo.

La stanza costa 240.000 toman. Alle 19,30 ci addormentiamo stravolti, senza cena, e dormiamo fino al mattino successivo alle 8,30!


20 ottobre.

Oggi l'obiettivo è visitare Takht-e Soleyman, il "Tempio di Salomone", che è un antico sito zoroastriano in mezzo al deserto, divenuto poi fortezza mongola. Ora è patrimonio Unesco.

Il nome del sito risale ad un escamotage utilizzato ai tempi dell'invasione musulmana. Nel timore di vedersi radere al suolo il tempio, gli zoroastriani dell'epoca si inventarono una fantomatica presenza di Salomone nel luogo in modo da renderlo sacro anche agli occhi degli invasori. Funzionò, tanto che il tempio è ancora tra noi.

La proprietaria dell'hotel ci aiuta a trovare l'autista, che per 2.000.000 di rial ci porterà in giro tutto il giorno. L'autista parla solo farsi, ma è molto simpatico. Ironizziamo sulla sua Peugeot con motore Paykan, che si comporta come una Peugeot solo in discesa, mentre in salita arranca esattamente come la vecchia Paykan che è realmente. Il viaggio è molto lungo e suggestivo, lungo una strada che, lasciato il centro abitato, in pochi chilometri si inerpica in mezzo a ampie distese dove il deserto di pietrame diventa collina. Il colore della terra cambia di strato in strato e disegna sinuose strisce colorate lungo i morbidi pendii. Attraversiamo pochi centri importanti ed una miriade di piccoli villaggi. Quando arriviamo al luogo, siamo praticamente gli unici stranieri in circolazione. Un affascinante uomo persiano, dalle sembianze regali, che è venuto in visita con le figlie, ci usa per diverse foto, ma evitando accuratamente di farsi fotografare da solo con Carla.


Il sito, complice una giornata limpida e mite e i 2200 mt di altitudine, è magico.

Un grande lago (dalle esalazioni venefiche) al centro, intorno i resti di quella che fu tempio e fortezza, in un punto da cui si domina il deserto intorno, e da cui si eleva a poca distanza quella che è nota come "Prigione di Salomone" (una piccola collina vulcanica di cui si può vedere il cratere puzzolente di zolfo...) dove la leggenda vuole che Salomone imprigionasse creature mostruose.



Il sito, complice una giornata limpida e mite e i 2200 mt di altitudine, è magico.

Un grande lago (dalle esalazioni venefiche) al centro, intorno i resti di quella che fu tempio e fortezza, in un punto da cui si domina il deserto intorno, e da cui si eleva a poca distanza quella che è nota come "Prigione di Salomone" (una piccola collina vulcanica di cui si può vedere il cratere puzzolente di zolfo...) dove la leggenda vuole che Salomone imprigionasse creature mostruose.

Camminiamo tra i resti silenziosi di questo luogo affascinante, tra i resti di poderose mura e del tempio. Leggiamo che qui il fuoco sacro zoroastriano era mantenuto acceso attraverso un complesso sistema di tubature di ceramica, che convogliava al tempio dal fondo del lago le esalazioni combustibili...

Ad un tratto, sentiamo cantare. E' un gruppo di Azeri iraniani, che cantano un canto nazionale. Azero, non iraniano.

Bastano pochi secondi per entrare in contatto e pochi minuti per ricevere un regalo (una piccola anguria) ed essere caldamente  invitati come ospiti a casa loro per una cena a base di carne alla griglia e canti in compagnia, pernottamento compreso. Peccato non poter accettare! Camminiamo con loro verso l'uscita e li riprendiamo mentre cantano di nuovo per noi la canzone che non dimenticheremo...

Si avvicina l'ora della partenza, concordata con l'autista. Non abbiamo quindi il tempo di vedere il museo collegato al sito. Peccato, sarà improbabile tornare in questo luogo splendido.

L'autista ci attende (giusto il tempo di berci qualcosa in uno dei negozietti che sono davanti al parcheggio) e ci conduce alla collina chiamata "prigione di Salomone". La breve ascensione ci porta alla suggestiva vista del cratere profondo 100 mt, per fortuna spento ma non meno esalante e terrificante :-). Dalla cima si gode una buona vista sul Tempio.

Poi, si riparte e si torna a Zanjan, dove arriviamo che è già buio.

Ci sistemiamo ed usciamo per andare a cena. Quattro passi per la città ormai "chiusa", e si cena in un bel ristorante situato in un piex caravanserraglio. (il luogo è suggestivo ma il cibo mediocre, il prezzo caro 800.000 rial, sicuramente pensato per turisti).


21 ottobre.

Stamattina dobbiamo cambiare un po' di soldi, anche per pagare l'albergo. Ci facciamo indicare dalla proprietaria dell'Hotel la banca giusta (nessuna delle numerose nei dintorni ha un ufficio cambio, vista l'assenza totale di turisti...)

Vado nella sede centrale della Mellat, che è la più grande banca iraniana, a circa un chilometro di distanza. Entro nell'atrio e...ovviamente mi perdo subito, visto che - non prevedendo visitatori "stranieri" - tutto è scritto esclusivamente in farsi, ed anche quel poco di numeri che comprendo, fuori contesto, non mi dicono nulla. Per fortuna, vedendomi smarrito, un signore mi si avvicina; non sa l'inglese, ma alla parola "change" capisce, chiede, e mi porta in un corridoio in cui mai mi sarei avventurato. E lì esiste un ufficio "Change", con la scritta comprensibile che mi rassicura. Visto che metà se ne andranno  per l'albergo, cambio 250 euro. Sono estremamente imbarazzato, perché per i due impiegati una cifra del genere rappresenta una enormità... firmo e controfirmo, riottengo il passaporto ed esco con i miei dieci milioni di Rial in una busta...per lasciarne subito 4,8 all'hotel!

Intanto abbiamo prenotato, in una vicina agenzia di viaggi (anch'essa con scritte solo in farsi, e quindi praticamente invisibile ai nostri occhi) il viaggio su bus VIP fino a Tabriz...con l'obiettivo di giungere quanto più in là possibile entro stasera (a Jolfa, se ci riusciamo: sono circa 450 km...)


Partiamo all'ora di pranzo e circa 3 ore dopo siamo a Tabriz, nella grande autostazione della città, che non è purtroppo quella da cui partono gli autobus verso nord. Riceviamo offerte di passaggio molto insistenti. Dopo una trattativa, troviamo chi ci porta a Jolfa per 650.000 Rial. Non è un tassista regolare, ma pazienza. Saliamo sulla piccola Saipa bianca (come quasi tutte le auto in Iran...il bianco è il colore meno costoso) e ci immettiamo sull'autostrada verso nord. Essere accompagnati davanti all'hotel ci costa un piccolo sovrapprezzo (vi dovevo portare a Jolfa, non dentro Jolfa).

L'hotel consigliato dalla proprietaria del Sepid...risulta chiuso da tempo.

Nessuna indicazione spiega la situazione di abbandono. Consultando Google Maps, risulta che l'unico albergo praticabile è il Tourist Hotel. Un nome pretenzioso, visto che anche qui sembriamo essere gli unici "turisti". Sicuramente siamo gli unici occidentali nel raggio di molti chilometri e resteremo tali per tutto il soggiorno.

Tant'è che la ragazza alla reception non parla inglese (o forse non osa).

L'hotel è molto ageè ed un po' vetusto, ma pulito e accogliente, e non costoso (ci danno una stanza doppia affacciata sul piazzale, per 1.225.000 rial a notte...prezzo per i turisti, ovviamente, probabilmente i locali pagano un decimo).


Lasciamo l'albergo per esplorare i dintorni e per cercare un posto dove mangiare. Gironzoliamo a lungo per viali deserti e vetrine chiuse, finché non troviamo un posto molto semplice dove le uniche cose pronte da mangiare sono riso al vapore, conservato in un enorme contenitore a forma di otre panciuto, e un pentolone di minestra. In una vetrina sono in mostra i tipici spiedini di pollo o di montone (khebap), che vengono cotti al momento, e dei vasetti di coccio con un ottimo yogurt artigianale.

L'anziano proprietario non capisce una parola una e siamo pronti a spiegarci a gesti come ormai di consueto, quando dal tavolo in fianco si stacca un ragazzo intento a fare conti e esaminare documenti. Si chiama Sherwin, parla inglese ed è il figlio del proprietario. il locale prende il nome da lui.

Ci facciamo consigliare per l'ordinazione, scambiamo qualche parola,  facciamo rapidamente conoscenza e gli chiediamo aiuto per trovare un autista per il giorno dopo.

Ci accordiamo per aggiornarci intorno a mezzanotte, paghiamo il conto equivalente a ben 2,50 € e torniamo in albergo. Più tardi arriva la conferma: domattina arriva l'autista.


Jolfa

E’ una cittadina con meno di diecimila abitanti, ma sembra pensata per ospitarne almeno 10 volte tanto. Immensi viali deserti, che rendono spettrale la Jolfa notturna, moltissimi palazzi in costruzione, vaste aree non edificate, una architettura “brutalista”, un vasto giardino con attrezzi per la ginnastica: il look è quello di una città sovietica. La piazza centrale è anonima, il bazar è un normale centro commerciale di aspetto moderno. Di fianco al bazar, la frontiera pedonale con l’Azerbaijan: ciò giustifica i numerosi uffici di cambio (tra l’altro convenientissimo per noi). Non c’è nessuno scorcio, nessun luogo che non risulti dimenticabile.

Cerchiamo un luogo per mangiare, ma il primo locale che sembra popolarissimo in realtà è un fake restaurant, non c’è nulla da mangiare…e non si capisce assolutamente per quale motivo stia aperto.

Camminando per le amene vie di Jolfa, troviamo finalmente un locale davvero autentico, “da Sherwin”. Mentre il padre cucina, Sherwin — che parla inglese — ci aiuta ad ordinare. Mangiamo benissimo in due ad un prezzo di ben 100.000 rial (due euro e mezzo in tutto).

Prima di andare a nanna, non riesco a resistere dall’entrare in quel market vicino all’hotel per comprare qualche porcheria…

E una birra analcolica armena, dall’etichetta intraducibile, si rivelerà la cosa più simile ad una birra che riusciamo a bere durante il viaggio.


22 ottobre

Ahmed, l’autista che ingaggiamo il giorno dopo per l’escursione nella valle di Aras, si dichiara subito azero e non persiano. All’inizio del viaggio estrae dal cruscotto ed esibisce un gagliardetto dell’Azerbaijan, che poi occulterà repentinamente in vista del primo controllo di polizia. Ci cerca anche, su Google, alcune foto di un eccidio di azeri compiuto una ventina di anni fa dagli armeni in un villaggio oltre il confine. (Ma leggendo la storia della guerra tra Armenia e Azerbaijan, scopriremo che è difficile definire i buoni ed i cattivi, in uno scambio selvaggio di azioni di guerra contro i civili che continuano fino a tempi recenti).



Con lui andiamo a visitare, il mattino, la chiesa armena di Santo Stefano (bellissima), per poi percorrere verso Ovest la valle di Aras fino ad una spiaggia su un lago artificiale, provocato da una diga, dalla cui riva si vede una grande città sul lato azero…non so quanti stranieri siano arrivati a bere il te in questo piccolo chioschetto in riva al lago…

Quando torniamo indietro, dopo una ventina di minuti ci rendiamo conto con orrore di aver lasciato la borsa di Carla al chiosco, con dentro passaporto e soldi.

Rifacciamo il percorso al contrario: quando arriviamo al chiosco, ci aspettano già: hanno messo la borsa in un sacchetto di plastica, senza nemmeno guardarci dentro, e il ragazzo ce la restituisce senza nemmeno accettare una doverosa mancia.

Prostrati dall’emozione dell’evento, chiediamo ad Ahmed di riportarci in albergo e ci diamo appuntamento per il pomeriggio.

Gironzoliamo per Jolfa, che si è fatta insolitamente vivace. Il luogo più popolato è la piazza dove si trova il confine pedonale con l’Azerbaijan, che prosegue con il bazar (che, essendo modernissimo, possiamo tranquillamente chiamare “centro commerciale”). Dove i prezzi sono molto bassi, come è tipico di una città di confine: ed infatti incontriamo delle ragazze di Tabriz, belle e gentili, sicuramente giunte qui per acquisti (che altro si potrebbe fare, a Jolfa?).

Anche il cambio è estremamente favorevole (47.000 rial per euro, contro i 35.000 dell’aeroporto di Teheran ed i 40.000 di Zanjan).

Mangiamo in un piccolo locale, poi torniamo in albergo dove ci raccoglie nuovamente Ahmed, con il quale ci inoltriamo ad Est lungo la riva dell’Aras.

Di fronte, oltre il fiume, abbiamo il confine. Per la prima parte con una Repubblica autonoma exclave dell’Azerbaijan, circondata a Nord dalla ostile Armenia, che contiene a sua volta una minuscola enclave armena: questo dà già un’idea di cosa sia accaduto da queste parti dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Armenia ed Azerbaijan confliggono di fatto da dopo l’indipendenza, nel 1991.

A poche decine di km da qui, c’è il Nagorno-Karabahk, un pezzo di Azerbaijan ora repubblica autonoma e filoarmena, dove il conflitto continua da 20 anni senza che il mondo, annoiato, se ne occupi più (è terra aspra, di montagna. E’ guerra aspra, di posizione).

Dall’altra parte del fiume, corre la ferrovia costruita dai sovietici, quando l’Impero era ancora forte, e che portava dalla Jolfa azera fino a Mosca. Ora ci sono tratti esplosi, bombardati, con treni abbandonati.

La parte iraniana del confine è ovviamente tranquilla e bellissima, a tratti amena, con una splendida vista sulle montagne imponenti azere e armene.

Ci sono anche luoghi turistici, come quello che visitiamo che comprende una cascata ed un canyon, pieno di posti per picnic che ci immaginiamo brulicanti durante il weekend (ma, nelle ultime ore di luce di un giorno normale, non c’è nessuno).

Arriviamo fino al primo posto di frontiera con l’Armenia, e poi torniamo a Jolfa. Le gite del mattino e del pomeriggio ci sono costate in tutto 2 milioni di rial.

Ci mettiamo d’accordo con Ahmed per il viaggio del giorno dopo fino a Marand, dove incontreremo la nostra amica Soulmaz,conosciuta quando era studentessa universitaria a Torino.

Torniamo a mangiare e bere qualcosa da Sherwin (di nuovo per meno di due euro in due…) e ce ne andiamo a nanna (Jolfa, mi sa, non ci mancherà, e non credo che la vedremo mai più in vita nostra).

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