A nord ovest tra gli Azeri / 1 - Qazvin e Alamut

Aggiornato il: 16 apr 2018



16 ottobre 2017

Arrivati all'Aereoporto IKA verso l'una di notte, affrontiamo subito il tema del visto (la prima volta lo facemmo in anticipo, prima del viaggio, al Consolato iraniano di Milano).

C'è un po' di coda (chiamarla coda in realtà è un eufemismo. si tratta di una transenna di una mezza dozzina di metri davanti alla quali i passeggeri si affannano alla rinfusa per: 1) capire cosa fare chiedendo intorno; 2) farsi dare il modulo da compilare da un giovanotto vestito all'ultima moda che si da da fare a dar retta a tutti contemporaneamente; 3) compilare il modulo; 4) andare alla cassa lì a fianco a pagare 75 euro se siete italiani, di meno se non lo siete; 5) ritornare dal giovanotto, farsi notare e mettergli in mano il modulo compilato con la ricevuta che lui depositerà alle sue spalle sulla scrivania di un addetto alla registrazione ; 6) attendere un tempo imprecisabile perché l'addetto segue un sistema LIFO e non FIFO per smaltire le pratiche e solo di tanto in tanto decide di verificare a campione la destinazione per la prima notte che avete indicato sul modulo, facendo una telefonata di durata variabile) davanti all'ufficio Visti, ma per fortuna ci sono un paio di "facilitatori" (un ragazzo ed una ragazza, che se ne andrà poco dopo) che ci danno il modulo da compilare e ci indirizzano al vicino sportello per pagare la tassa (75 euro a testa). Poi inizia una attesa di circa un'ora, condivisa con una mezza dozzina di turisti europei di diversa nazionalità e con una comitiva di italiani. La ragazza che è guida di quest'ultima risulta essere l'unica del suo gruppo a non aver fatto il versamento. Lei si adira un po', "purtroppo qua sul modulo è scritto tutto in arabo, come faccio a dimostrare che ho già pagato in Italia?". Non è arabo, dai: è farsi, ragazza. Almeno i fondamentali...:-) "Si, lo so che è farsi", dice lei. "E' che ogni volta che vengo qui ci sono sempre problemi. Quest'anno il gruppo lo guido io, ma l'anno scorso mi hanno affiancato una guida locale, un uomo che mi trattava malissimo e smentiva tutto quello che dicevo io...".

Alla fine otteniamo il visto sui passaporti, passiamo il controllo e recuperiamo i bagagli. Poi andiamo a cambiare (ad un tasso come sempre basso per i nostri parametri, caro se paragonato ai cambiavalute che troveremo nei giorni successivi) i primi 150 euro.

Tappa successiva al chiosco della Irancell per comprare due SIM locali, valide 15 gg, con 5 GB di traffico internet incluso (25 euro per tutte e due).

Siccome è notte fonda e quindi non abbiamo alcuna fretta, ci sediamo una mezz'ora per attendere i tempi tecnici perché arrivi l'abilitazione delle sim e verificare se l'addetto Irancell ha configurato correttamente i nostri smartphone. Quando siamo certi che tutto funzioni, ci muoviamo.

Siamo pronti a questo punto (sono circa le 3) a prendere un taxi (750K Rial), destinazione il Terminal dei Bus nei pressi della Azadi Tower, dove appena possibile prenderemo un bus in direzione Qazvin .

Il tragitto è inquietante a causa del taxista che tiene gli occhi più puntati sul suo cellulare a leggere messaggi che sulla strada. Smetterà solo quando, spazientiti, gli chiederemo di fare più attenzione. A quel punto, messo via il maledetto telefono, inizierà a pigiare sull'acceleratore, complice la strada a tre corsie che a quest'ora è talmente deserta da non sembrare nemmeno la stessa che percorremmo quasi a passo d'uomo la volta precedente, all'ora di punta mattutina.

Arriviamo alla stazione dei bus dopo un'ora circa: l'atrio è immenso, pieno di biglietterie chiuse e di led e scritte luminose. Tutto è scritto esclusivamente in farsi. Sugli infiniti sedili, un po' di gente che dorme. La cosa migliore è imitarli per qualche ora, poi vedremo il... da farsi:-).


17 ottobre 2017

Dopo un po' di sonno tormentato, mi sveglio ed incomincio a gironzolare per l'atrio. Non trovo nessuna indicazione in inglese, nulla che mi possa indirizzare e far capire come si possa andare a Qazvin. L'unica cosa che riconosco è il WC:-), che è già qualcosa.

Torno alla nostra postazione sulle sedie. L'unica è trovare qualcuno che parli inglese!

Vicino a noi c'è un ragazzo, quindi vado abbastanza sul sicuro. Sina è di Urmieh, e naturalmente mi dà subito una mano. Mi aggancio a lui mentre fa il giro delle biglietterie chiedendo...poi usciamo nel mattino e percorriamo un po' di piazzali, dove si scaldano decine di pullman e qualcuno inizia a partire. A dieci minuti a piedi dalle biglietterie finalmente lo troviamo, il pullman per Qazvin! A che ora parte, Sina? Ah, questi partono quando sono al completo, non c'è un orario fisso. Torno a prendere Carla, e recuperati i bagagli torniamo sul posto. Sina (che nel frattempo mi ha dato il suo numero di telefono e mi ha ovviamente detto che ci ospiterà a Urmieh quando ci arriveremo) è lì che ci aspetta e mi aggiorna sul prezzo: 80K Rial a testa, circa 2 euro per 2 ore di viaggio.

Siamo abbastanza fortunati: in mezz'ora il bus si riempie e parte (anche se molte ragazze salgono e poi rinunciano, quando l'ultimo posto rimasto è in mezzo a due sedili occupati da maschi).

Dopo due ore siamo al terminal bus di Qazvin, a scansare con un sorriso le innumerevoli offerte di taxi. Comunichiamo ad Hassan via Telegram dove ci troviamo, e lui ci viene a recuperare in auto poco dopo. Hassan è il principale della filiale di Qazvin di una ditta che distribuisce pasta di produzione iraniana. Ci porta nel suo ufficio, dove conosciamo le sue collaboratrici, tra cui Mina. E poco dopo veniamo portati proprio a casa di Mina, dove saremo ospitati.Dopo una prima bella colazione iraniana, con una specialità che dobbiamo per forza apprezzare (cervello e zampe di pecora bolliti... decisamente insoliti ma più buoni di quel che avremmo pensato) ci lasciano riposare per un paio d'ore: poi ci verranno a prendere per pranzo e per andare in giro per Qazvin.

Verso mezzogiorno, Hassan e Mina tornano e ci portano al ristorante. Poi, ci portano per prima cosa a visitare il santuario di Imamzadeh-ye Hossein, in posizione decentrata. Molto bello, considerando anche che è una giornata di sole e di vento.

Nel piazzale davanti al santuario c'è un cimitero dei martiri della guerra con l'Iraq. Un aereo da guerra sovrasta una panchina su cui due donne velate si cingono con il velo per sfuggire alla mia Olympus. Un gruppo di pellegrini, fuori dal perimetro del santuario, fa pranzo collettivamente vicino al proprio pullman.  

Poi si va in centro, alla Moschea Jameh (cioè "la più grande" o "del venerdì"). Hassan fa aggiungere alla compagnia un professore suo amico, che ci racconta la storia della città e dei monumenti.

Il centro storico di Qazvin è davvero affascinante, anche se gli edifici avrebbero un gran bisogno di restauri.

Il "Chehel Sotun", il palazzo reale di epoca Qajar, è molto bello, con le sue travi di legno e le finestre colorate, e sebbene più piccolo di quello di Isfahan lo supera in fascino. Contiene un museo della calligrafia, di cui Qazvin è tuttora la capitale dopo aver dato i natali agli stili più eleganti, con documenti stupendi. Al primo piano, per la prima volta vediamo affreschi che ritraevano donne cancellati a colpi di scalpello dalla foga rivoluzionaria islamica del '79 (a Isfahan le scene coeve di corte, in cui compaiono figure di donne, si possono ancora vedere: sono state risparmiate o restaurate a fini turistici?).

Visto che siamo un po' stanchi ed affaticati, Hassan ci riporta nel suo ufficio dove ci risolleviamo con tè ed una deliziosa fetta di torta.

Hassan ha del lavoro da sbrigare e ci affida quindi a Moustafa, il marito di Mina, che nel frattempo ci ha raggiunto. Con lui ed altri ci inoltriamo di nuovo verso il centro, gironzolando per il bellissimo ed antico bazar della città, pieno di caravanserragli.

Nel tardo pomeriggio ci ritroviamo con Hassan, tutte le famiglie si ricompongono e andiamo a visitare una fiera in città, colma di elettrodomestici (tra cui enormi frigoriferi doppi, come quello che c'è a casa di Mina e Moustafa) e di tutti gli oggetti e le cose che si possono trovare in una delle nostre fiere commerciali.

Facciamo cena a casa di Hassad tutti insieme, seduti sull'enorme e prezioso tappeto nel cui centro hanno imbandito un banchetto con cibi deliziosi di cui non ricordo assolutamente il nome, e poi Moustafa ci riporta a dormire a casa sua.

In tutta la giornata, non siamo riusciti a spendere un solo rial.

18 ottobre 2017

Escursione con "Hassan HD" nella valle di Alamut, comprata dall'Italia via web ad un prezzo che a noi sembrava ragionevole (75 euro a testa per tutto il giorno, compresa la guida in inglese) e che i nostri amici iraniani considerano spropositato, visto che corrisponde quasi al salario medio mensile di un operaio.

Hassan ha aggiunto all'escursione tre turisti olandesi, ma ovviamente in una auto sola non ci stiamo, e allora ha dovuto coinvolgere l'amico Reza con un'altra auto. Reza non spiccica ovviamente che poche inutili parole di inglese, fuma come un turco (di nascosto da Hassan, quindi, accende le sigarette mentre guida e le spegne quando ci fermiamo) ed è anche un driver particolare, anche se bravo (sorpassi azzardatissimi, anche se fortunatamente rari, e in discesa va con il motore spento...la sua auto è dotata di doppi pedali, e mi inquieta quando mi chiede se posso frenare anche io in caso di bisogno:-)))

La strada che sale da Qazvin è bellissima e tortuosa (e per fortuna nostra, vista la guida di Reza, poco frequentata). 

il dialogo con Reza è difficile. Si ascolta musica persiana e gli facciamo ascoltare un po' De Gregori. Tento di spiegargli in inglese di cosa parla "Il bandito ed il campione", e qualcosa passa.

Ci fermiamo alcune volte lungo la strada, per godere degli splendidi panorami della valle o cogliere qualche frutto. Scendiamo poi verso una valle secondaria e verdissima dove si coltiva il riso, percorsa da un bel torrente di montagna. Attorno al fiume, pareti di roccia candida e verticale ci ricordano un paesaggio alpino e familiare. 

Hassan ci porta in escursione verso un canyon, al fondo del quale si trova una cascata, ed il percorso è all'inizio da paradiso terrestre, in un verde fresco e pieno di alberi, percorso da innumerevoli piccoli ruscelli.


Il canyon è arido e la cascata alla fine si rivela una burletta, ma la sensazione di camminare in un posto particolare e "da turismo interno" è piacevole. Il tormentone di "Reza-che-fuma-sempre" diventa un gioco collettivo tanto che, associando la sua arrampicata sopra la cascata al rivolo di fumo della sua sigaretta, insieme ai ragazzi olandesi improvvisiamo il riff di "Smoke on the water" dei Deep Purple sotto lo sguardo esterefatto di Hassan, che ci spiega di non conoscere la canzone. In questo modo i più esterefatti diventiamo noi.

Ripartiamo verso il castello di Alamut (o meglio, delle sue rovine), questa volta in auto con Hassan. Che un po' di inglese lo conosce, anche se non ci sa raccontare nulla dei luoghi che vediamo - o forse non ne ha voglia. Chiede da che città veniamo. Per premiarlo del fatto che sa che a Torino non c'è solo la Juventus, gli racconto in breve la storia del Grande Torino.

Il castello è in un luogo ameno, una enorme roccia che sovrasta un paesaggio pieno di verde. Ci fermiamo prima a mangiare in un ristorante nei pressi - dove troviamo ovviamente altri turisti, anche italiani.

La salita verso i resti del castello è faticosa per noi vecchietti, ma in qualche modo arriviamo in cima alla roccia enorme su cui sorgeva il castello. La vista che da lassù si ha della valle e delle vette circostanti è magnifica, ma le rovine sono una delusione, deturpate da ponteggi che evidenziano decenni di età e coperture di lamiera semiarrugginite. Scopriremo nelle visite dei giorni successivi che la concezione di "conservazione dei beni archeologici" iraniana, al di fuori dei circuiti turistici principali, è molto rudimentale e ha amplissimi margini di miglioramento. 

Ma il panorama è stupendo, davvero. Verrebbe voglia di stare quassù a guardare il tramonto, ma secondo i piani di Hassan siamo in terribile ritardo e quindi dobbiamo ripartire. Scendiamo lentamente per goderci il luogo e risparmiarci le giunture sulla ripidissima discesa, ma poi le auto (per quel che possono) filano via veloci verso il lago Oven

Ci arriviamo ormai al tramonto, con ancora la luce sufficiente per coglierne la bellezza e fare qualche foto suggestiva. Gli olandesi si fermano sul lago per un paio di giorni di trekking tra queste bellissime vallate, così Hassan ci affida a Reza per i 120 km che ci restano da fare per tornare a Qazvin. Sono le 17 ed il sole inesorabilmente tramonta dietro le montagne. Il buio è assoluto, i fari della vetturetta sono quelli che sono, Reza ha fretta ed è preoccupato (la sua compagna ha passato la giornata in ospedale), e quindi la prima parte del viaggio ci inquieta, nonostante le ripetute raccomandazioni di Hassan di andare piano.

Ma in una sosta vediamo, nella notte completamente buia e gelida, le luci fioche ma suggestive dei villaggi sparsi sul fianco della montagna, e, alzando gli occhi, la stupefacente, meravigliosa luminosità della Via Lattea, come da noi non è più possibile vederla. Che spettacolo straordinario!!! questa vista da sola giustifica il viaggio...

Reza ci riporta a Qazvin sotto casa di Moustafa, poi ci saluta e schizza via ad una velocità folle.


Quando entriamo in casa scopriamo che la giornata sarà ancora lunga e altrettanto piacevole. Hanno organizzato una cena per noi con le loro famiglie, così facciamo conoscenza anche con la sorella, il cognato, i nipoti e la mamma di Mina, più qualche altra persona che viene in casa, si siede, sta lì qualche minuto parlando in farsi con i nostri ospiti e di cui capiamo solo che si stanno facendo raccontare chi siamo, cosa facciamo, da dove veniamo (un fiorino!) prima che se ne vadano con grandi saluti, sorrisi e mani incrociate sul petto in segno di deferenza e ringraziamento.

E' di nuovo una cena regale, piena di chiacchiere un po' in inglese e un po' a gesti con chi non lo parla, di cose buone e insolite per il nostro palato, di sorrisi e di offerte, e di schiene e gambe dolenti per noi che non siamo abituati a mangiare con le gambe incrociate come fanno loro. Ad un certo punto le nostre smorfie di sofferenza diventano talmente evidenti, nonostante gli sforzi per mascherarle, che si muovono a pietà e ci mettono a sedere sul divano, liberando un tavolino da thé per appoggiare i nostri piatti, e permetterci di continuare la cena più comodi e rilassati. 

Non ci sono alcolici, ovviamente, ma l'atmosfera si scalda ugualmente man mano che il tempo passa.

Mina, che conserva una chitarra in camera da letto come ornamento, ci chiede di suonare una canzone italiana. Accordatala alla meno peggio e schivata la richiesta di fare "l'italiano" di Toto Cutugno (che qui è conosciutissima), ci produciamo in una orecchiabile e facile "bella ciao" tra gli applausi, il tentativo abbastanza riuscito di cantare il ritornello con noi e l'immancabile ripresa con lo smartphone cui, scopriremo poi, seguirà la pubblicazione su Instagram e un sacco di like dai loro amici e parenti.

Si sparecchia e si rassetta insieme, è mezzanotte passata e andiamo finalmente tutti a letto, noi stravolti ma felici ed entusiasti di questo travolgente inizio di vacanza.

Tutti a letto per modo di dire: scopriremo solo la mattina, al risveglio, che Moustafa, Mina, il loro bimbo e la mamma anziana hanno dormito per terra, sul tappeto della sala, per lasciarci il loro letto!

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