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Come ti frego la polizia morale

Come tutti sanno, in Iran non è consentito vestirsi come si vuole, in pubblico. Le rigide norme religiose sull’abbigliamento obbligano le donne a coprire il capo con l’hijab e il corpo con abiti che devono arrivare sotto le ginocchia e sotto i gomiti e che non devono sottolineare le curve del corpo. Anche gli uomini non possono indossare pantaloni sopra il ginocchio o canotte e tutto questo vale per chiunque metta piede sul territorio del paese, turisti compresi.

Sul rispetto di queste regole c’è poco da scherzare: esiste infatti uno speciale ramo delle forze di sicurezza, chiamato Gasht-e-Ershad o “polizia morale”, controllato e finanziato dai Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione), composto da uomini in divisa e assistenti femminili con indosso il tradizionale chador, che possono fermare chiunque e con qualsiasi pretesto: un abito considerato troppo occidentale, una ciocca di capelli troppo visibile, ragazzi e ragazze che passeggiano insieme senza essere parenti o un trucco troppo vistoso.


Una ragazza fermata dalla polizia morale

Le ragazze iraniane possono essere multate o anche arrestate per essere sottoposte a corsi di rieducazione morale. Le turiste occidentali corrono minori rischi grazie a una precisa disposizione governativa che non vuole ostacolare la diffusione del turismo, per cui la polizia con loro è molto più morbida e si limita in genere ad una ferma richiesta di sistemare meglio la copertura dei capelli o del collo.

Eppure nelle zone centrali delle città principali, a Tehran, Shiraz e Tabriz in particolare, non è raro vedere ragazze che sfidano coraggiosamente le regole indossando hijab coloratissimi, talvolta portati talmente indietro da scoprire le orecchie, o rupush (il soprabito islamico) particolarmente corti e attillati. Ma come fanno?
















Semplice (si fa per dire): i giovani iraniani sono mediamente molto istruiti e tecnologici e si sono attrezzati. Per aiutarle (o aiutarsi, perché gli sviluppatori sono anonimi e ragazze laureate in informatica ce ne sono tantissime) è stata creata un’app Android che consente di individuare la posizione della polizia religiosa grazie alla geolocalizzazione e alle segnalazioni degli utenti che la utilizzano, che porta lo stesso nome dell'avversario:

Gershad, appunto.


In questo modo è più facile girare al largo da fastidi, indossare orecchini, jeans strappati e indumenti altrimenti impensabili.

Il governo ovviamente non l’ha presa bene e l’ha immediatamente bloccata appena è comparsa, all'inizio del 2016. Ma i giovani iraniani, già abituati a aggirare le restrizioni che vorrebbero impedire l’uso di WhatsApp o di Facebook, non si sono lasciati intimorire e ad oggi, dopo due anni dalla sua uscita su Google Play, continua ad essere scaricata. Stando a ciò che gli sviluppatori scrivono sul sito gli utenti registrati sono ormai tre milioni.

Il loro logo è un capolavoro di grafica che integra lo stilema di un chador con quello della geolocalizzazione.


E no, è inutile che pensiate di usarla anche voi: è tutto scritto in farsi!









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