Con Ciro Spitama, in viaggio verso l'est più ad est...

(Recensione del libro "Creazione" di Gore Vidal, Fazi Editore, edizione 2016)



Siamo nel 445 avanti Cristo, ad Atene.

Un decrepito e ormai cieco Ciro Spitama, ambasciatore persiano presso i Greci di Pericle con il compito di garantire un segretissimo trattato di pace, detta le sue memorie al nipote Democrito.

Inizia così “Creazione” di Gore Vidal, un colossale romanzo storico di 700 pagine che raggiunge lo scopo dell’autore: mettere come ingredienti, nello stesso romanzo, i contemporanei Socrate, Budda e Confucio, con il pretesto di raccontare le tesi nate allora sulla creazione del mondo: e agitare il composto solo dopo aver aggiunto non un persiano qualunque, ma nientemeno che il nipote di Zoroastro.

Vidal è un mago della parola, ed iniziate le 700 pagine è praticamente impossibile fermarsi.

Il racconto di Ciro (che non a caso si chiama come il grande Achemenide) ci fa entrare nella corte persiana ai tempi di Dario, di Serse (di cui Ciro è amico e coetaneo) e di Artaserse. Corrotta il giusto, piegata al volere assoluto del sovrano, ma fortemente influenzata dal gineceo e dalle Regine. E soprattutto potentissima, spropositatamente ricca, con palazzi da sogno, e province (satrapie) vicine e lontanissime (come si vede ancora oggi a Persepoli) da cui giungono i tributi.

Ciro, nel romanzo, è il nipote di Zoroastro; lo ha visto morire ed ha sentito le sue ultime parole. Dario ha giurato fedeltà al Saggio Signore, Ahura Mazda, di cui Zoroastro è stato profeta.

Ciro Spitama è dunque la persona giusta per diventare Gran Sacerdote di questa religione (a cui i sovrani tengono solo per opportunismo), ma non ha lo spirito del nonno.

La madre di Ciro, una strega tracia, capisce che un ruolo simile sarebbe utilissimo per gli equilibri di potere a corte, che possono fare la differenza tra la ricchezza e la disgrazia, e trama quindi affinché il giovane Ciro si faccia strada nei palazzi di Susa – aprendola ovviamente a lei, che cospira costantemente con gli amici greci.

Già, i Greci...Quel che per i Greci sono le Guerre Persiane, per i Persiani sono in realtà le noiosissime guerre greche.

Il disprezzo di Ciro per i Greci è comune ai persiani del tempo, i quali pensano che in virtù di qualche battaglia vinta grazie a qualche errore tattico da parte persiana, i Greci siano convinti di aver battuto l’Impero, ed Erodoto non fa che raccontare frottole colossali al riguardo.

Ma alla corte di Dario questo conflitto è visto con fastidio: i satrapi delle province greche che gli chiedono aiuto sono stati nominati da lui e non può negargli l’appoggio, ma in realtà ne farebbe volentieri a meno.

Queste guerre costano un sacco e fanno perdere tempo e uomini all’Impero, mentre lo sguardo di Dario è rivolto ad Est.

È lì che vorrebbe andare e conquistare, lasciare una traccia ed il suo segno di Gran Re: quelle terre lontane, oltre l’Indo e fino al Catai, che lo affascinano per le loro ricchezze (“sogno vacche!”) e per la loro diversità.

(Già: per noi la Persia è Oriente, ma si è sempre gli occidentali – così come i meridionali - di qualcun altro.)

Così Dario investe Ciro Spitama della carica di ambasciatore, visto che è un mediocre soldato e non ha lo spirito guerriero, e lo manda ad Oriente – più che altro per contabilizzare le ricchezze che non conosce e su cui vorrebbe mettere le mani. Si raccomanda anche che Ciro non disturbi troppo i sovrani orientali con le tesi di Zoroastro; meglio che ascolti, e non esageri con i tentativi di conversione.

E dunque Ciro Spitama parte verso est, va oltre le satrapie imperiali, varca i confini di paesi sconosciuti, e viene accolto con tutti gli onori, visto che rappresenta il Gran Re – un Gran Re che sta lontanissimo ad occidente, perché scopre che a Est di aspiranti Gran Re (e addirittura Sovrani Universali) ce ne sono parecchi.

E scopre le nuove terre, i grandissimi fiumi, le valli e le montagne, i climi piovosissimi, e la cucina mai assaggiata prima, e l’urbanistica, e le donne, e i modi di vestire, tutto così incredibilmente diverso da quello che ha lasciato ad Ovest.

Ma soprattutto – cosa che lo incuriosisce in qualità di rappresentante della religione persiana – incontra i personaggi più rappresentativi delle religioni orientali – ed anche gli acerrimi loro nemici fra i contemporanei.

Ciro ci si impegna, a convincere i suoi interlocutori della bontà delle tesi Zoroastriane sul Saggio Signore: ma quel che ottiene sempre è un sorriso gentile di condiscendenza, che lo fa irritare.

Sia Budda che Confucio, alla fine, sono assai poco interessati alle sue tesi sulla creazione. Ma sembrano anche poco interessati a qualsiasi cosa e molto distanti da sé stessi, molto poco interessati a convincere, e sembrano praticare e cercare una forma di dissolvenza del corpo e dell’anima, come se il fine ultimo dell’esistere…fosse il non esistere.

Ciro assorbe tutto questo, e da persona intelligente si pone le domande su quello a cui crede. E si rende pian piano conto che non solo le sue risposte non sono più sufficienti, ma che forse le risposte non esistono proprio e forse non è quasi più il caso di porsi domande…

Dopo quattro anni, Ciro termina la sua missione: stabilire relazioni commerciali con il lontano Oriente, per avere informazioni e trovare prima o poi il pretesto di occuparlo militarmente. Nel frattempo, si è anche sposato ed ha avuto figli, che sogna prima o poi di condurre alla corte per farli crescere “alla persiana”.

Rientra a corte, dove trova un Dario ormai invecchiato (e ancora invischiato nelle stramaledette guerre greche) che non potrà più condurre alcuna spedizione ad Est, come sperava; ed al resto della corte, questa aspirazione del Gran Re non ha mai destato alcun interesse.

Quando Serse diventa Gran Re, dopo la morte di Dario e superando illeso la acerrima lotta per la successione, non riesce a realizzare i sogni del padre: l’Impero si consolida, i Greci vengono messi al loro posto, ma Serse è più interessato a costruire (palazzi, luoghi, segni del potere, come a Babilonia e Persepoli) che a conquistare nuove terre.

Ciro, che in qualità di amico del Gran Re gode di una posizione privilegiata a corte, è un personaggio dimenticato, le cui missioni ad est non interessano più a nessuno.

Serse lo incarica, per amicizia, di aprire una via commerciale verso il Catai, ma la nuova missione è una catastrofe: laggiù, così ad est, nessuno riconosce l’autorità del Gran Re persiano. Viene imprigionato, diventa schiavo di un buffo Duca senza terre, rivede moglie e figli solo per capire che non saranno mai “persiani” come lui sperava.

Il ritorno è mesto, e il successore di Serse (Artaserse) considera Spitama un relitto delle vecchie corti, anche se la discendenza da Zoroastro lo obbliga a rispettarlo.

Finisce quindi la sua carriera di corte – e la sua vita - come ambasciatore persiano ad Atene, dove i persiani sono ancora odiati (e Ciro non sfugge a questa sorte, nonostante sia greco per parte di madre).

Quando si arriva all’epilogo (ed alle ultime pagine di questo kolossal), si è stupefatti.

Per la ricchezza delle descrizioni, per la immaginazione e la capacità di invenzione di Vidal che ricrea nella nostra mente una Persia lontanissima ma storicamente e umanamente credibile, vitale, potente, curiosa, piena di sogni di conquista universale.

Un mondo in buona parte inventato e immaginato, ne siamo coscienti: ma è come se fossimo lì, con Ciro, alla corte fastosa di Dario o in viaggio con lui lungo le strade tortuose dei regni indiani o quelle pericolose del Catai.


E non vorremmo più tornare indietro.

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