Farian Sabahi: "Noi donne di Teheran"


Farian Sabahi (http://www.fariansabahi.com/) è una scrittrice, giornalista e regista iraniana che vive in Italia e insegna a Torino da molti anni.

Questo suo agile libretto di 50 pagine, che contiene un cd con lo spettacolo che ne è stato tratto, è un gustoso ritratto “al femminile” di Teheran, costruito con una narrazione anedottica e il “contributo” dei grandi poeti persiani del passato.

Teheran, con il Cairo e Istanbul, è la più grande metropoli islamica del mondo. Una città enorme e caotica, senza un centro identificabile, stesa su un altopiano tra i 1200 ed i 1700 metri di altitudine ai piedi del Damavan, la più alta montagna dell’Iran.

Una città che – la prima volta che la si incontra – colpisce duramente e mette un po’ di angoscia. Un traffico terrificante e confuso, da cui la considerazione che “la cosa più pericolosa che può accaderti in Iran è attraversare la strada a Teheran”, e la sensazione di perdersi in uno spazio immenso che ha pochi punti di riferimento riconoscibili.

Tra questi, la famosa e riconoscibilissima Torre Azadi, la torre della Libertà, fatta costruire dallo Scià Reza Palhevi per ricordare i 2500 anni dell’Impero Persiano. In una delle tipiche contraddizioni iraniane, l’architetto che progettò la Torre fu costretto all’esilio dopo la Rivoluzione del 1979, in quanto esponente della religione Baha’i che fu dichiarata illegale e perseguitata dagli Ayatollah.

Ma a dispetto della impressione che la città riserva ai visitatori, e che la fanno considerare “brutta” e acnhe storicamente meno rilevante rispetto a perle come Isfahan, Shiraz o Yazd, Teheran è il centro culturale e politico del paese, dove tutto accade, e dove si concentrano e si rendono più visibili le infinite contraddizioni di questo paese. Attuale cerniera tra Occidente ed Oriente, a Teheran si incontrano i caratteri più specifici del paese. La storia persiana costituisce una “terza via” tra quella occidentale e quella ottomana.

Teheran è modernissima, ma contiene gioielli di storia come il Palazzo Golestan, da cui regnò la dinastia Qajar, e la meraviglia di un Bazar immenso e vitale. Il Viale della Rivoluzione taglia in due la città, lasciando a nord la borghesia cosmopolita ed occidentalizzata, che snobba la religione, e il sud proletario e povero, per cui l’Islam sciita è ragione e condotta di vita (a sfavore della condizione femminile, come racconta benissimo il bel film “Il Cerchio” di Panahi).

Sabahi elenca le donne di Teheran che “hanno fatto cose” importanti, sfidando i tempi e l’oppressione (quella tradizionale di genere intrecciata poi, soprattutto dopo il 1979, con quella religiosa), e l’elenco è impressionante: registe, artiste, scrittrici, atlete, deputate, ministre, giornaliste, allenatrici di squadre di calcio, avvocatesse, poetesse, pilote di rally e aeroplani, docenti…

Le donne sono importanti non solo nella storia della Persia, ma anche dell’Islam. Mogli e figlie di profeti e imam hanno una tale importanza nella storia religiosa del paese da meritarsi culti e santuari dedicati.

Sabahi cita la capacità di dissimulazione, che consente agli iraniani di reagire alle difficoltà ed agli integralismi, e la capacità di sovvertire. Che echeggia nei versi di Omar Khayyam:


Rinuncia,

rinuncia ad ogni cosa

in questo mondo:

fortuna, poteri, onori.


Allontana i tuoi passi

da ogni cammino

che non ti conduca alla taverna.


Non chiedere nulla,

non desiderare nulla,

ma solo vino, canzoni,

musica, amore!


L’arte, in Iran, è spesso una esplicita forma di sovversione.

Il regista Jafar Panahi, arrestato nel 2010 perché schierato con il Movimento Verde alle elezioni presidenziali del 2009, rivinte da Ahmadinejad con forti sospetti di brogli, viene condannato a sei anni di reclusione ed al divieto di scrivere, produrre film, viaggiare e rilasciare interviste per vent’anni!

Da allora, Panahi riesce a girare e far uscire illegalmente dal paese ben tre film, due dei quali vincono un Orso d’oro a Berlino (l’ultimo è Taxi Teheran, girando con una action cam fingendo di essere di un tassista).

E poi, ancora, aneddoti e racconti, come sul famoso “taroof”, che obbliga a dire “no” per tre volte prima di accettare un piatto od un pagamento (e crea seri problemi con i tassisti, o per gli iraniani che vengono in Occidente e nei primi inviti a cena restano senza cibo, passando anche per antipatici😊), e sulla cucina iraniana, fulcro degli incontri delle numerose famiglie e della proverbiale ospitalità persiana.

Una lettura piacevole e agile, da cui si imparano cose nuove e simpatiche sull’Iran.


"Noi donne di Teheran"

Farian Sabahi

Jouvence, 2014

(disponibile in formato cartaceo ed ebook)

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