"Noi e loro": i Persiani visti dai Greci durante la prima "guerra di civiltà"

Aggiornato il: mar 29

E’ interessante, in questi tempi, capire come nell’antichità veniva affrontato il problema dell’”altro”, dello straniero. E magari farlo ricordando la prima occasione di incontro, scontro e conoscenza tra il mondo occidentale e quello orientale.


I Greci, sprezzantemente, chiamavano “barbaro” chiunque non parlasse greco, simulando nella parola il balbettio di chi si approccia ad una lingua che non conosce (ed i Romani fecero lo stesso con le popolazioni germaniche, secoli dopo).

I Barbari più barbari che i Greci avessero a disposizione, nel V secolo avanti Cristo, erano sicuramente i Persiani.

Anzi, possiamo persino dire che i Persiani furono l’occasione, per i Greci, di autodefinirsi in quanto “diversi” da quell’impero orientale.


I Greci parlarono ovviamente molto dei Persiani: sia da un punto di vista storiografico (Erodoto, poi Platone) che da un punto di vista della rappresentazione a teatro (Eschilo, poeta soldato contemporaneo a quelle guerre, scrisse una tragedia al proposito, di cui parleremo più avanti, intitolata “I persiani” e la cui rappresentazione fu finanziata dall'emergente Pericle).

Ci focalizziamo sul V secolo avanti Cristo perché quello è il periodo del confronto più aspro tra Greci e Persiani: quello che Erodoto chiama, appunto, delle Guerre Persiane.

(Dopo, le cose, come capita sempre nella storia, cambieranno moltissimo; ai tempi di Alessandro Magno, che sgomina i Sassanidi concludendo la secolare lotta dei Greci contro i Persiani, e nei successivi secoli di quello che sarà chiamato “Ellenismo”, la “mescolanza” tra Occidente e Oriente produrrà in Asia risultati affascinanti).


Abbiamo detto che esistono numerose fonti greche, quasi contemporanee, che parlano di quel periodo e dei Persiani: purtroppo non abbiamo fonti persiane che rappresentino il proprio impero, quindi il nostro punto di vista su quelle vicende è completamente “grecocentrico”: dobbiamo accontentarci e tener conto di questo limite.


In realtà, il bellissimo romanzo “Creazione” di Gore Vidal, di cui abbiamo parlato in questo post, prova a rappresentare quella fase della storia raccontandola “dalla parte dei Persiani”: ma, per quanto il tentativo sia apprezzabile, notevole ed anche avvincente, ci troviamo nel campo della invenzione narrativa e non in quello delle fonti storiografiche.


Possiamo però ritenere plausibile, come si sostiene nel romanzo, che quel che per i Greci era una guerra per la sopravvivenza ed un evento epocale che ne segnò la storia, per l’immenso Impero Persiano del tempo si trattasse semplicemente di uno dei numerosi conflitti che sempre scoppiavano alla periferia dell’Impero stesso.


Torniamo allora a quel secolo, e più esattamente partiamo dal 550 aC.

Sono tempi in cui Sparta ed Atene sono già emerse, nel panorama delle città greche, come egemoni nel proprio territorio di riferimento.

Per quanto diverse - ma assai meno di quanto comunemente pensiamo, dice la storica Eva Cantarella- , le due città sono ancora alleate, poiché non hanno ancora interessi territoriali concorrenti; solo cento anni dopo le due potenze si sfideranno nella lunga, sfibrante Guerra del Peloponneso, descritta “in diretta” da Tucidide, che si concluderà con la disfatta di Atene.

Torniamo al 550aC.

Al di là dell’Egeo, in quei decenni il grande Impero Persiano, guidato dalla dinastia Achemenide di Ciro il Grande e del figlio Cambise, ha vinto ed inglobato i quattro grandi regni precedenti: Lidia, Media, Babilonia ed Egitto.

E’ diventato così il più grande impero della storia antica, con una estensione di 3 milioni di kmq (circa 10 volte l’Italia, o un terzo dell’Europa) e circa 5000 km da percorrere tra il confine occidentale e quello orientale.

I Persiani sono un popolo di lingua indoeuropea, proveniente dagli altopiani iranici, che si ribellano ai Medi dai quali erano soggiogati (e i Greci all’inizio li confondono con essi, chiamandoli appunto Medoi).

Di religione monoteista e zoroastriana, come abbiamo già raccontato qui, i Persiani conquistano le regioni dell’Impero lasciando libertà di culto, utilizzando l’aramaico come “lingua franca”, creando vie di comunicazione e organizzando amministrativamente le diverse zone sotto la guida di un reggente (chiamato satrapo).

I Persiani vengono a contatto con i Greci quando Ciro il Grande conquista la Lidia, nel 546 aC, retta fino ad allora dal famoso Re Creso. La Lidia aveva relazioni con la Grecia da oltre 100 anni, e ne condivideva lingua e cultura. Mileto, il centro principale, era uno dei luoghi cardine della cultura greca.

Ma con Ciro e Cambise, i Persiani non sono granché interessati alla organizzazione di quelle estreme province: le lasciano in pace, purché paghino i tributi.

Negli ultimi due decenni del VI secolo aC, Dario il Grande (521-486 aC) inizia però a riorganizzare l’Impero. I tributi dovuti dalle città greche si fanno pesanti, gli spazi di libertà iniziano a diminuire.

Nel 499 aC le città greche d’Asia si ribellano al Gran Re persiano, e ottengono l’aiuto (limitato ad una trentina di navi) di Atene ed Eretria.

Il Gran Re ed i Persiani ci mettono un po’ ad accorgersi che questo focolaio occidentale può diventare un pericolo, ma quando lo fanno, nel 494 aC, sbaragliano senza difficoltà in una battaglia navale la flotta greca, radono al suolo Mileto e uccidono e deportano come schiavi i suoi abitanti.

Ma il Gran Re decide di punire anche Atene ed Eretria, e manda una flotta prima davanti alle mura della seconda (che viene assediata e distrutta), poi fa sbarcare l’esercito in Attica per arrivare ad Atene.

Nella piana di Maratona, a soli 40 km da Atene, gli ateniesi decidono di andare incontro all’esercito persiano: schierano forse diecimila opliti (i fanti armati di lancia) contro un esercito che probabilmente è il doppio.


La Battaglia di Maratona, 490 aC

Atene, sapendo di poter contare su forze limitate, ha chiesto aiuto ad altre poleis greche, tra cui Sparta.

Gli Spartani però sono impegnati in quei giorni in una ricorrenza religiosa, ed arrivano a Maratona quando ormai la battaglia è terminata: ma c'è stata comunque una imprevista vittoria greca, grazie alla saggezza militare dello stratego Milziade.

E' il 490 aC: i Persiani, battuti con gravi perdite, abbandonano la Grecia e rientrano in patria.

Per un po’ di tempo, i Persiani sono distratti da altre faccende, inclusi i problemi dinastici per la successione, alla morte di Dario. Atene ne approfitta per costruire, su consiglio di Temistocle, una grande flotta di triremi.

In realtà la flotta serve per fronteggiare una polis rivale nell’Egeo, ma la scelta si rivela intelligente, perché nel 486 aC Serse, figlio di Dario, diventa Gran Re, e decide di risolvere il problema greco una volta per tutte.


Un nuovo grande esercito persiano muove quindi da Sardi, possedimento del Gran Re in Asia Minore. Si tratta forse di duecentomila uomini, ma le fonti greche esagerano e parlano di 1.700.000 uomini.

(Erodoto, che racconterà questa storia, la sparerà più grossa di tutti, affermando che l’esercito persiano inviato in Grecia da Serse è composto da 5.200.000 uomini!)

Stavolta l’esercito è guidato da Serse in persona, affiancato dal generale Mardonio. Lo scopo della spedizione è ottenere “terra e acqua”, ovvero la sottomissione al Gran Re delle poleis greche.



Molte delle città greche, consapevoli della inferiorità militare, decidono di “medizzarsi”, cioè di accettare la superiorità persiana senza combattere.

Sparta ed Atene, con altre numerose città, organizzano invece una alleanza per resistere a Serse, e ne affidano il comando a Sparta. E’ la prima volta nella storia che si crea un legame tra le poleis in nome della “difesa della grecità”.

(Platone, nel V libro della Repubblica, distingue la guerra tra “polemos”, quella giusta e gloriosa contro il nemico esterno, i barbari, che sono naturalmente diversi; e la “stasis”, quella interna, intestina, vergognosa: è evidente che quella contro i Persiani è del primo tipo).


L’esercito Persiano avanza, dunque, e giunge senza difficoltà fino in Beozia, in prossimità dell’Attica (egemonizzata da Atene) e del Peloponneso (di cui è leader Sparta). Siamo nel 480 aC.

Al passo delle Termopili, che sbarra l’avanzata verso Atene, l’esercito di Serse e Mardonio trova solo 5000 greci, che fuggono terrorizzati dalla massa di persiani che avanzano.

Resistono soltanto i “reparti scelti” di Spartiati, guidati dal Re Leonida, che combattono in modo leggendario e senza speranza fino all’ultimo uomo.

(In realtà si sa che nella battaglia, oltre ai famosi Trecento, furono costretti ad immolarsi un gran numero di Iloti - gli Spartani che non godevano di diritti civili nè politici, e fossero inoltre presenti alcune centinaia di soldati delle città di Tebe e Tespie).


Le Termopili

Parlando di questa spaventosa battaglia, Erodoto cita una frase spavalda di Leonida che ne sottolinea il coraggio; di fronte ai messaggeri persiani che minacciano di ricoprire gli spartiati con una pioggia di frecce, se non si arrendono, l’eroe risponde sarcasticamente con un “meglio, combatteremo all’ombra anziché al sole”.


Ma il sacrificio dei Trecento non impedisce che i Persiani si avvicinino ad Atene.

La popolazione della città viene evacuata sull’isola di Salamina, e il piccolo drappello di opliti lasciato a difesa della città non riesce ad impedire che i Persiani la distruggano, incendiando i templi dell’Acropoli (cosa che i Greci non hanno mai perdonato, come si scopre visitando oggi il Museo dell’Acropoli ad Atene).

Poi la flotta persiana insegue quella greca.

Le navi persiane sono 1300, quelle greche 300. L’impresa è disperata.

Serse fa collocare un trono in una posizione elevata affacciata sul mare, sul monte Egaleo, davanti a Salamina, per poter assistere dall’alto alla vittoria pressoché certa della sua flotta.

E qui succede qualcosa di imprevisto. L’esercito persiano, dice Erodoto, è immenso, un fiume incontenibile, che avanza senza ordine. Di fronte a questa massa noi siamo pochi, dice Erodoto, ma combattiamo con l’intelletto, con l’ordine, con la disciplina degli opliti organizzati in falangi. Ciò che è informe, di fronte a ciò che è ordinato, è destinato alla sconfitta.


La battaglia di Salamina, 490 aC

Temistocle, lo stratego ateniese che conduce le operazioni militari, sa che l’unico modo per non subire una sconfitta disastrosa è evitare di affrontare la flotta persiana in mare aperto.

Con intelligenza, la attira nella stretta insenatura davanti all’isola di Salamina, dove la numerosità delle navi persiane diventa impedimento, limite: la vittoria si trasforma in una catastrofica sconfitta, una vera e propria mattanza (“come i tonni”), dove il mare prende il colore del sangue, sotto lo sguardo allibito di Serse.


Eschilo racconta che Serse, alla fine di quella battaglia, piange, rendendosi conto della sorte del suo esercito.

Erodoto nel suo racconto aggiunge che Serse (il Re spietato, violento, tracotante), prima della battaglia, contemplando dall’alto l’immensità e la potenza del suo esercito e della sua flotta, è felice, in vista della vittoria: ma poi, d’un tratto, piange, anche prima che tutto abbia inizio (e fine). Al suo generale, che gli chiede il motivo, risponde “Perché di tutti questi uomini, tra cento anni, non ne resterà nessuno”: una riflessione fortemente "greca" sulla caducità di tutte le cose mortali – in primo luogo, l’illusione della potenza e del potere infinito.


Per l'Impero Persiano è la sconfitta, dunque, tragica e senza rimedio.

Il Gran Re decide di abbandonare la Grecia con una buona parte di quel che sopravvive del suo esercito, e torna in patria lasciando Mardonio con una parte delle truppe: ma anche il valente generale persiano deve presto abbandonare l’impresa, non ci sono più forze sufficienti per modificare la situazione. La spedizione è fallita.


Eschilo descrive questa fase storica nella sua tragedia “I persiani” del 472 aC (scritta quindi solo pochi anni dopo gli eventi). Eschilo ha combattuto contro i Persiani, come oplita ateniese, sia nella battaglia di Maratona, che in quella di Salamina.

(Ricordiamolo di nuovo: a far parlare ed a rappresentare i persiani, qui, è un ateniese, un Greco, anche se affascinato dalla cultura orientale: che inoltre sa già anticipo, quando scrive, come è andata a finire la storia).


La tragedia è ambientata alla corte persiana di Susa, all’esterno del palazzo reale, al tempo della spedizione in Grecia.

Sulla scena, c’è la tomba di Dario, un Re che è anche Padre di Serse.

Un coro di persiani anziani lamenta con preoccupazione che non si abbiano notizie della flotta di Serse, visto che molto tempo è trascorso dalla sua partenza per la Grecia.

C’è paura, la premonizione che la spedizione sia fallita.

A questa angoscia, si aggiunge il racconto preoccupato del sogno fatto dalla regina Atossa (vedova di Dario e madre di Serse); in cui ha visto due sorelle gigantesche, bellissime: l’una con fattezze e vesti greche, l’altra asiatiche; sono Europa ed Asia, in conflitto tra loro. Serse, nel sogno, cerca di aggiogarle. L’asiatica si fa imporre il giogo docilmente, e ne va fiera (metafora del destino di schiavitù dei Persiani); l’europea rompe il giogo, non lo accetta. Nel sogno è presente Dario, di fronte al quale Serse si dispera e si strappa le vesti per non aver soggiogato Europa. L’uomo più potente del mondo, nel sogno di Atossa, rimane nudo.


Dopo qualche tempo, nella realtà scenica, riappare Serse, di ritorno dalla sconfitta di Salamina: stordito dalla sconfitta, esausto, disperato, sfinito, piangente, a confermare le premonizioni ed i sogni.


Nell’atto successivo, lo spirito di Dario entra in scena.

Chiede dapprima “chi è il Re?” perché la successione si è risolta soltanto dopo la sua morte, ed è stata decisa dalla regina Atossa, a favore del proprio figlio Serse. Discutono sulle ragioni della catastrofe, e Dario le attribuisce in primo luogo a quella che i greci chiamano “hybris”, la tracotanza, l’oltraggio che porta ad annullare la distanza tra il re e la divinità.


La hybris, dice Eschilo, si è impadronita di Serse, che non si accontenta di gestire l’impero già vastissimo che ha ereditato dal padre, ma vuole superare il “peras”, il limite, i confini che la stessa natura aveva messo all’espansione ad occidente, ovvero il mare dell’Ellesponto.

(Questa è una invenzione teatrale di Eschilo, che non resiste alla tentazione di rappresentare un conflitto padre-figlio: Erodoto ci racconterà invece che la politica di Serse è la logica continuazione della politica espansiva di Dario).


Il limite è il mare, quindi, che Serse fa presuntuosamente diventare terra, ponendo tra i due estremi del mare un infinito ponte di navi (su cui farà spargere addirittura della terra) per portare il suo immenso esercito in Grecia, dall’Asia all’Europa.

E questa tracotanza viene punita dagli dei con la sconfitta.


(E la Hybris che i Greci contestano ai Persiani, in questo momento storico, possiederà anche gli Ateniesi, poche decine di anni dopo).


La Grecia, per ora, è salva e resta libera.


Una cinquantina d’anni dopo, verrà dilaniata dalla sanguinosa guerra che opporrà Sparta ed Atene, e vedrà di nuovo la presenza influente ed ingombrante dei Persiani.


Ma questa è tutta un’altra storia…


Fonti:

  • (3) GENNARO CARILLO | IL PRIMO SCONTRO DI CIVILTÀ. GRECI CONTRO PERSIANI | LEZIONI DI STORIA - YouTube Da “Lezioni di Storia 2020”: splendida conferenza che ha ispirato in prima istanza questo post ed il suo titolo, ricavato dall’argomento a cui era dedicato il festival lo scorso anno.

  • Platone, “Repubblica”, V libro.

  • Eschilo, “I Persiani”.

  • “Storia Greca”, a cura di Marco Bettalli, Carocci editore.

  • Erodoto, "Le Storie", libri V-IX

  • Eva Cantarella, “Sparta e Atene”, Einaudi 2021

  • Laura Pepe, “La voce delle sirene”, Laterza 2020


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