Non fu soltanto "il party più grandioso della storia"...

Le foto di questo post sono tratte dal libro e dall’accont Twitter di Robert Steele per gentile concessione dell’autore.


Le Celebrazioni per il 2500° anniversario della Fondazione dell’Impero Persiano da Ciro il Grande, svoltesi nell’ottobre 1971, sono considerati ancora oggi uno degli eventi più clamorosi e discussi avvenuti durante l’era Pahlavi.

Un libro recentissimo di Robert Steele, ”The Shah’s Imperial Celebrations of 1971” (1), racconta la genesi, il significato e le conseguenze delle Celebrazioni, basandosi su una vasta bibliografia e su un numero impressionante di fonti. E ci consente di guardare a quegli eventi con uno sguardo più oggettivo e più ampio.


La copertina del libro di Robert Steele.

IN SINTESI…


Fortemente volute dallo Shah Mohammad Reza, le Celebrazioni furono organizzate a partire dal 1958 con l’obiettivo di tenersi nel 1961, reale anniversario della fondazione dell’Impero. Per ragioni economiche ed organizzative, furono poi costantemente rimandate fino a ritardare di 10 anni, anche se furono precedute da un altro evento importante come l’incoronazione di Mohammad Reza e Farah Diba nel 1967 (fu la prima volta che la Persia ebbe una Regina).


Shojāʿ al-Din Shafā, organizzatore delle Celebrazioni dal 1958

Gli eventi principali delle Celebrazioni, che durarono circa una settimana e a cui furono invitati ospiti da tutto il mondo, furono

  • una cerimonia di omaggio alla tomba di Ciro, a Pasargade;

  • una sfilata in costumi persiani antichi a Persepolis.

  • un congresso mondiale di Iranologia;

  • uno spettacolo di “suoni e luci” a Persepolis;

  • l’inaugurazione della Shahyād Tower (oggi chiamata Azadi) e dello Stadio Āryāmehr a Teheran.

Anche l’esposizione del Cilindro di Ciro (logo delle Celebrazioni) fu un evento fortemente simbolico (anche se la Gran Bretagna temette che il reperto non potesse più tornare al British Museum, dove è ospitato dal suo ritrovamento).


Ma l’evento che colpì l’immaginario collettivo, e provocò una indignazione planetaria, fu la fastosa cena di gala che si svolse in un villaggio di tende a Persepolis, appositamente costruito per ospitare gli ospiti di prestigio (monarchi, capi di stato e diplomatici).


Il celebre e discusso banchetto che si svolse nella hall del villaggio


Il villaggio di tende visto da Persepolis

La stampa estera parlò di spese esorbitanti, in un paese dove la maggior parte della popolazione viveva al di sotto del livello di sussistenza, e criticò i festeggiamenti indicandoli come la follia esibizionista di un satrapo orientale. Le stime dei costi delle Celebrazioni variano, secondo le fonti, da 17 a 300 milioni di dollari, per giungere fino a 1 e addirittura 4 miliardi di dollari del tempo (ma il libro di Steele esamina con rigore questo aspetto, ridimensionando i motivi di indignazione).


"Non fate caso a quei pezzenti, sono solo gli iraniani..."

In realtà, sostiene il libro di Steele, le Celebrazioni (nelle intenzioni dello Shah) avevano intenzioni molto più serie di una mera esibizione di potere, e raggiunsero in parte gli obiettivi che si erano poste.

Negli anni ’60, lo Shah Mohammad Reza era a capo di un paese che – grazie ai proventi del petrolio – si poneva l’obiettivo di affrancarsi definitivamente finalmente dalla sudditanza e dalla dipendenza dalle grandi potenze (Russia, Gran Bretagna, e ultimamente Stati Uniti), che avevano umiliato il Paese per oltre 150 anni.

Il padre di Mohammad, Reza Shah, fondatore della dinastia Palhavi, era l'ufficiale di una brigata cosacca persiana che aveva posto fine con un colpo di stato alla esangue dinastia Qajar, nel 1925, e governava avendo come riferimento quel che stava facendo Kemal Ataturk nella vicina Turchia; ma i suoi tentativi di laicizzare il paese e modernizzarlo dovettero fare i conti con i veri padroni del paese, Russia e Gran Bretagna.

Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, a causa della sua posizione strategica, la Persia fu occupata e divisa tra le due nazioni “padrone”; Reza Shah, seppur mantenesse la Persia in posizione di neutralità, “condannato” dalle sue simpatie naziste, fu deposto nel 1941 e sostituito dal figlio, a cui venne attribuito il ruolo di docile burattino.

Nel 1943, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Stati Uniti tennero a Teheran una conferenza al massimo livello, anticipatrice di quella di Yalta, per decidere la linea comune con cui fronteggiare Hitler. Nessuno dei tre Grandi (Stalin, Churchill, Roosevelt) pensò di invitare il giovane Shah alla conferenza, ma nemmeno di omaggiarlo formalmente - eppure era il monarca del paese in cui si erano autoinvitati.

Una ventina di anni dopo, Shah Mohammad Reza si sentiva pronto a superare quelle umiliazioni. L’Iran, nonostante le miserabili condizioni in cui versava la popolazione rurale ed urbana, stava diventando un paese protagonista nello scenario mediorientale, e lo Shah voleva dimostrare di potersi emancipare dal controllo americano, di cui tutti lo ritenevano un burattino (come appariva dal Colpo di Stato contro Mossadeq organizzato da americani ed inglesi nel 1953, in cui lo Shah ebbe un ruolo quasi da comparsa).

Aveva quindi bisogno di una narrazione “unificante” che desse alla monarchia il ruolo di protagonista nel determinare il futuro del paese. E il richiamo migliore non poteva che essere quello all’Impero Persiano, ed a quel Ciro il Grande ritenuto unanimemente uno dei sovrani più illuminati della Storia Antica.

Mohammad Reza voleva presentare l’Iran al mondo non come il paese islamico arretrato che in fondo era, ma come un paese sulla via della modernità - simboleggiata dalla Rivoluzione Bianca avviata nel 1961, dalla storia innestata perfettamente nella tradizione occidentale, con tutte le carte in regola per diventare un protagonista regionale importante ed autonomo.

Dalla fine degli anni ’50, quindi, la dinastia Pahlavi si orientò verso la costruzione di questa narrazione, che raccontava lo Shah come erede di Ciro e i Pahlavi come continuazione storica degli Achemenidi.


La copertina di Keyhan dell'11 ottobre 1971 affianca Ciro e Mohammad Reza

Le Celebrazioni del 1971, che non a caso ebbero per simbolo e logo il Cilindro di Ciro, furono il culmine di questo percorso, e non furono prive di effetti positivi. Al di là del sarcasmo sulla famosa cena e sui presunti costi esagerati degli eventi (che Steele esamina con cura, sgonfiando le esagerazioni giornalistiche), le Celebrazioni ebbero l’effetto di riportare l’Iran sotto i riflettori mondiali come nazione erede di una storia importante per tutto il mondo, di evidenziare l’importanza culturale delle propria storia per il mondo occidentale, e di farlo conoscere al mondo sotto una luce nuova, moderna ed interessante.

Ciò ebbe come conseguenza primaria l’aumento del turismo, fino ad allora insignificante, fino a portarlo ad essere la quarta voce per importanza nelle entrate dello Stato fino al 1978, anno precedente la Rivoluzione; e portò inoltre gli investimenti su infrastrutture (strade, strutture ricettive) che crearono occupazione in un paese impoverito; la costruzione di oltre 2700 scuole sparse per il Paese, in una iniziativa di lotta all’analfabetismo concordata con l’UNESCO e strettamente legata alle Celebrazioni.

Paradossalmente, le Celebrazioni sono viste da alcuni storici come uno dei momenti cardine in cui inizia la crisi irreversibile del regime. Le opposizioni al regime videro nelle Celebrazioni, da punti di vista diversi, l’arroganza di un dittatore che, mentre festeggiava se stesso, affamava e perseguitava il suo popolo. Numerose furono le manifestazioni studentesche, in Iran e nel mondo, contro il regime: durante la visita dello Shah a Berlino nel 1967, la repressione delle proteste provocò la morte di un manifestante.

I gruppi radicali di opposizione progettarono iniziative violente e talora armate: ciò portò ad un gran numero di arresti, negli anni che precedettero le Celebrazioni, e soprattutto a militarizzare i luoghi in cui si svolsero.

Khomeini e i principali esponenti religiosi, diversamente da quanto si possa pensare, non si opposero alle Celebrazioni principalmente per lo spreco di risorse e l’umiliazione di un popolo escluso di fatto dalla “festa”, ma per la evidente mitizzazione della storia pre-islamica del Paese, con una narrazione che vedeva nell’arrivo degli Arabi e dell’Islam la fine della antica gloria. Inoltre, risultava intollerabile che la Shahyād (oggi Azadi) Tower fosse progettata da un esponente della comunità Baha’i, che era considerata setta infedele dagli ulema (e come tale verrà perseguitata dopo la Rivoluzione del 1979).



la Torre Shayad (oggi Azadi) prima dell'inaugurazione (ottobre 1971)

Per i religiosi islamici, i gloriosi re del passato non erano altro che persecutori del popolo. Ciro il Grande, nello specifico, subito dopo la Rivoluzione del 1979, fu “accusato” di ebraismo dai settori più integralisti, e uno stuolo di bulldozer guidati dal “Giudice Boia”, Sādeq Khalkhāli, pronti a radere al suolo Persepolis,fu fer mato solo dall’opposizione della popolazione locale.


Cosa resta, oggi, delle Celebrazioni?


A Persepolis è ancora oggi possibile, a quasi cinquant’anni dall’evento, vedere i resti del villaggio di tende allestito per l’occasione. Ogni tentativo di riutilizzarlo fu vano, ma è evidente che fu costruito per “restare”.


I resti del villaggio di tende, 2017. Foto di Robert Steele.

La Rivoluzione Islamica trattò le Celebrazioni, come la dinastia Pahlavi, con una inesorabile “damnatio memoriae”.

Ma nel tempo, le cose cambiarono. Così come lo Shah aveva sbagliato nel sottovalutare il peso della religione islamica nel vissuto del popolo, pur fiero del proprio passato più glorioso, così i dirigenti della Rivoluzione più accorti capirono che non si poteva nemmeno compiere l’errore opposto.

Così, salvata Persepolis, non toccarono nemmeno l’odiatissima Torre Shahyād, limitandosi a ribattezzarla (come avvenne per tutta la toponomastica post Rivoluzione).

Nel 1991 il Presidente Rafsajani si recò in visita a Persepolis, prima volta per un uomo di stato della Rivoluzione.

Nel 2000, il Presidente Ahmadinejad fece tornare temporaneamente in Iran il Cilindro di Ciro per un “tour”, per la prima volta dopo il 1971, attribuendogli evidenti onori e spingendosi al punto di proporre, attraverso il capo del suo staff, che il Nowruz avesse come principale punto di celebrazione Persepolis (inserendo così nella propria eccentrica narrazione sia il passato preislamico dell’Iran che le tradizioni zoroastriane, sempre irritanti ed imbarazzanti per i vertici islamici).

Il Presidente Rohani, nel 2013, pubblicò una foto di sé stesso a Persepolis, con questo commento: "Persepolis è uno dei resti inestimabili e unici della storia antica di questa terra, che dimostra l'antichità della civiltà, l'ingegno, la saggezza e le capacità di gestione del grande popolo iraniano, così come il suo monoteismo."

D’altronde, ad eccezione di questo periodo pandemico, il turismo è di nuovo oggi una componente importante di un bilancio statale che sta decisamente superando la dipendenza dal petrolio come voce quasi esclusiva: e i siti ed i simboli preislamici – ma anche i seppur insufficienti investimenti che lo Shah fece a suo tempo in strade infrastrutture - sono una componente fondamentale per l’offerta turistica che, pur crescente, è ancora oggi lontana da standard ottimali.


(1) Robert Steele: ”The Shah’s Imperial Celebrations of 1971”, I.B.Tauris, prima edizione inglese ottobre 2020

APPROFONDIMENTI

Il libro di Robert Steele è una miniera di informazioni, notizie, ed anche aneddoti interessanti, che pubblicheremo nel tempo aggiornando questo post.


IL BACKGROUND IDEOLOGICO E STORICO DELLE CELEBRAZIONI (aggiornamento del post: 15/11/2020).

In una narrazione nazionalista (ma anche soltanto nazionale), il “richiamo alle origini” è abbastanza usuale, ed ogni leader lo costruisce e lo aggiorna con eventi, manifestazioni, celebrazioni, monumenti ed archivi.

Lo Shah fece quello che avevano già fatto in precedenza lo Zar di Russia, con i festeggiamenti per il trecentenario della dinastia Romanov nel 1913, Mussolini in Italia con i festeggiamenti per il secondo millennio della nascita di Augusto nel 1937-8 e le celebrazioni in Giappone del 2600° anniversario dell’Impero, nel 1940.

C’erano dei precedenti specifici anche nella stessa storia iraniana: l’Ashura divenne un momento centrale non solo per la religiosità sciita, ma anche per affermare il ruolo di “protettrice e garante” della religione stessa che aveva la dinastia Safavide. Anche il diffondersi del teatro taʿziyeh consentì ai Qajar di inserirsi come protagonisti in rituali religiosi precedenti.

I Pahlavi attuarono questa strategia iniziando con la fondazione della Società per il Patrimonio Nazionale in Iran (Anjoman-e Āsār-e Melli-ye Irān) nel 1922, per creare una sorta di “luoghi della memoria” in cui coltivare l’identità nazionale. La società promose, tra gli altri eventi, la celebrazione dei 1000 anni dalla nascita di Ferdowsi.

Il recupero del valore dell’era preislamica era stato avviato, nel XIX secolo, da alcuni intellettuali persiani. In quell’epoca, l’educazione nel paese era in mano al clero sciita, il cui sistema maktab era impermeabile ad ogni sorta di discussione e modernizzazione. Era però anche il periodo in cui si traducevano e giungevano in Persia le opere filosofiche occidentali, e consistenti erano divenuti gli scambi tra intellettuali occidentali e orientali.

Anche qui quindi si pose in discussione il ruolo dell’Islam nella vita pubblica, riecheggiando il diritto alla costruzione di una identità nazionale secolarizzata e moderna che era stato posto dall’Illuminismo Francese di Montesquieu e Voltaire oltre un secolo prima.

Gli intellettuali persiani avevano per questo a disposizione il mito della Antica Persia, che risultava “autentico in quanto antico”; poi, paradossalmente, la penuria di fonti consentiva agli intellettuali di ricreare il mito in modo creativo; e infine, la comparazione tra il periodo “eroico” e quello attuale e triste consentiva di allestire una vera e propria “chiamata alle armi”.

Si diffuse quindi, tra molti intellettuali, l’idea di una età dell’oro della storia nazionale voltasi in catastrofe in seguito alla invasione araba ed alla islamizzazione – i cui effetti non erano ancora terminati.

Centrale in questo nuovo “nazionalismo iraniano” fu il mito Ariano. Un mito fondamentalmente razziale, che esaltava la superiorità dell’Iraniano. Shah Mohammad Reza, ai suoi tempi, consolidò questo mito dichiarando se stesso Āryāmehr, “Sole degli Ariani”. Se in Europa il mito venne usato in funzione antisemita, in Iran fondava le proprie radici nell’orgoglio nazionale – anche se effettivamente rifletteva sentimenti anti-Arabi. Diversi intellettuali di peso contrastarono questo mito, riconoscendolo come razzista.

Il nazionalismo persiano, inizialmente ristretto ad una cerchia intellettuale, divenne popolare nel XX secolo sia in seguito alla Rivoluzione Costituzionale (1905-6), sia quando in seguito fu sposato in pieno e diffuso dalla dinastia Pahlavi come propria narrazione fondativa: era l’idea di una Persia “autentica”, incontaminata dalle culture esterne e che si era conquistata il dominio ed il rispetto del mondo.

Già in epoca Qajar, a fine Ottocento, questa spinta portò a riprendere gli scavi nelle zone archeologiche preislamiche, e ad intitolare significativamente la prima nave da guerra della Marina Persiana con il nome di “Persepolis”.

Il nazionalismo persiano tentò non soltanto di rinnovare la narrazione storica, ma anche il linguaggio. In nome della “purificazione” della lingua persiana dai vocaboli arabi, Shah Reza fondò diverse organizzazioni ed accademie, e numerose furono le testate ed i giornali che seguirono questa ispirazione.

Si aprono inoltre musei archeologici specifici, come il Bāstān Museum di Teheran (1917).

Per quanto riguarda le interazioni della Persia con l’Occidente, quest’ultimo sentì l’invasione araba come il “calare di una tenda” tra i due mondi. E’ in epoca Safavide, dal 16° secolo, che si registra una ripresa sensibile e non occasionale di rapporti commerciali e culturali con l’Occidente - come testimonia la vicenda del nostro Pietro Della Valle. I racconti dell’avventuriero inglese Robert Sherley diffusero il fascino della corte orientale, al punto che in Occidente – tra il 16° ed il 18° secolo – si svolsero in Europa rappresentazioni teatrali basate sugli antichi Re persiani (Serse, Dario e ovviamente Ciro).

Un numero crescente di viaggiatori occidentali, nel 19° secolo, visitarono la Persia e le sue città, spingendosi fino alle rovine di Persepolis, parzialmente scavate nei primi decenni del secolo. E ovviamente tutti evidenziavano il clamoroso contrasto tra un passato glorioso ed un misero presente; dandone però l’intera colpa agli invasori arabi. La storia islamica veniva giudicata dagli europei di fatto irrilevante, e quindi ignorata, mentre la storia precedente era in qualche modo “proprietà dell’Occidente”.

Nei primi decenni del 20° secolo la nuova dinastia, che aveva assunto il nome Pahlavi da un antico linguaggio iraniano, avviò anche una rinascita urbanistica, demolendo vecchi edifici e costruendo nuovi palazzi in stile neoachemenide (come la sede principale della banca Melli) o neosasanide (come il Museo Bāstān).

Nello stesso periodo, seguendo l’esempio di Ataturk, fu promosso uno sforzo in campo educativo che tendeva a modernizzare il paese.

Nel 1935, Reza Shah promosse le celebrazioni per i 1000 anni della nascita di Ferdowsi. Fu organizzato un convegno mondiale di Orientologia, con 45 studiosi da 18 paesi del mondo, e Reza Shah inaugurò a Tus il mausoleo di Ferdowsi, ispirato alla tomba di Ciro: il che fece entrare il letterato nell’empireo degli eroi del “nuovo” Iran.

L’anniversario ebbe un eco attraverso il mondo, e vide la nascita di nuove edizioni dello “Shanameh”, l’opera epica scritta da Ferdowsi che celebra la Persia preislamica.

Era giunto il momento di rinvigorire il mito di Ciro il Grande. Sovrano considerato “esemplare” per la sua saggezza, esaltato da Erodoto come “sovrano gentile”, creò e consolidò un impero che resse per quasi due secoli e mezzo, con un’estensione massima dall’Hindu Kushu a est fino all’Ellesponto a Ovest. L’opera di Xenofonte “Ciropedia” (circa 80 anni dopo la morte del sovrano, avvenuta nel 530 aC) contribuì alla creazione del mito di Ciro in epoca classica. Non solo la tradizione greca, ma anche quella ebraica contribuirono al mito, in relazione alla liberazione degli Ebrei che Ciro permise conquistando Babilonia (dove erano stati confinati) e consentendo la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme.

La nuova “Storia dell’Iran”, in cui Ciro tornava al suo ruolo glorioso, divenne libro di testo per gli studenti a partire dal 1920. Ora l’antico Re era un eroe iraniano, un rivoluzionario, che costituiva lo standard ed il riferimento per una monarchia dotata di un primato morale.

Ovvio che la dinastia Pahlavi volesse ora presentarsi come erede spirituale di quella esperienza mitica e luminosa di governo.

E il simbolo culturale di questa unione non poteva che essere il Cilindro di Ciro. (continua)

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