Non fu soltanto "il party più grandioso della storia".../parte 3

Aggiornato il: gen 5

"Forse mi hanno scambiato per un cameriere francese" (Il Presidente francese Pompidou, in una risposta alla stampa sul perché avesse rifiutato l'invito alle Celebrazioni iraniane, dopo aver saputo che il "protocollo monarchico" lo avrebbe collocato come status dopo il Re del Lesotho...)

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(Le informazioni di questo post sono tratte dal libro di Robert Steele: ”The Shah’s Imperial Celebrations of 1971”, I.B.Tauris, prima edizione inglese ottobre 2020)


Ed eccoci giunti alla terza e ultima parte di questo racconto, con il momento più "gossip" della narrazione, dove si entra nel vivo degli eventi di cui la stampa internazionale si interessò di più...


IL VILLAGGIO DI TENDE

Il progetto e la realizzazione del villaggio di tende furono affidati alla società di interior design Jansen, dopo un apposito viaggio in Svizzera nel 1960 del Ministro ‘Alam.


Il progetto previde la sistemazione in appartamenti privati per ogni capo di stato e la sua delegazione, inclusa una vasta sala da pranzo. Ogni appartamento consisteva in un salone, due camere da letto, due bagni ed una camera di servizio. Gli appartamenti erano disposti lungo cinque strade che si dipartivano da una fontana centrale; ogni strada aveva il nome di un continente.


Ogni tenda era disegnata in uno stile unico, arredata con tappeti persiani, con l’obiettivo di essere “decorata in modo elegante ma non stravagante”. Nel salotto, ogni capo di stato trovò come souvenir un tappeto di seta con il proprio ritratto sullo sfondo di Persepolis. Il lusso di cui spesso si è scritto (come ad esempio i tubi di marmo in bagno) era basato su dicerie: lo scopo degli organizzatori fu di creare una atmosfera confortevole, più che lussuosa.


Gli appartamenti vennero attrezzati con raffinati articoli da toeletta francesi, così come gli asciugamani. Gli organizzatori chiesero con largo anticipo agli ambasciatori quali fossero le necessità particolari degli ospiti (ad esempio, gli spagnoli chiesero un servizio di parrucchiere, che fu messo a disposizione di tutti gli ospiti), così come si informarono sulla presenza di diete particolari o sulla preferenza per particolari cibi, bevande, sigari e sigarette.


Poiché le Celebrazioni avevano lo scopo di presentare l’Iran come un paese stabile e prospero, gli organizzatori si preoccuparono di occultare i segni visibili della povertà. Al sindaco di Teheran fu chiesto di rimuovere un insediamento di senzatetto visibile dall’autostrada su cui sarebbero transitati gli ospiti. Nella provincia di Fars, si costruirono muri per nascondere le baraccopoli, molti villaggi vennero ridipinti per sembrare, come disse un diplomatico, “caratteristici anziché sporchi” e fu varato un piano di costruzione di 200 case a Shiraz per sistemare (temporaneamente) i senzatetto.


Anche il catering, come noto, giunse dalla Francia. Il Comitato Esecutivo aveva cercato di capire se le società iraniane di catering potevano garantire i pasti per una tale occasione, ma nemmeno le più grandi erano pronte per un evento simile.

Non c’era abbastanza esperienza, né personale con formazione adeguata nel paese, né tempo per organizzarsi; si trattava di soddisfare non solo i previsti 150 capi di stato (che poi furono solo una sessantina), ma anche più di 600 persone del loro entourage.

La decisione di non servire cibo iraniano al banchetto reale non fu facile da prendere, e fu molto criticata anche da esponenti del governo. Ma le Celebrazioni non erano più rinviabili, e non ci fu altro da fare. E la scelta non poteva cadere che su Maxim’s, se si voleva il meglio.

Una delle principali critiche alle Celebrazioni fu quella di aver tenuto fuori dai festeggiamenti gli iraniani.

La critica è fondata rispetto agli eventi principali, anche se ci fu un elaborato programma di attività minori in tutto il paese (erezione di statue, mostre, parate, eventi culturali…). Anche le minoranze religiose (Zoroastriani, Ebrei, Armeni ed Assiri) furono invitate a partecipare alle Celebrazioni organizzando eventi. Gli Ebrei, storicamente grati a Ciro, illuminarono le sinagoghe, ed eseguirono preghiere speciali, eventi con musiche e dance; realizzarono l’espansione dell’ospedale di Teheran dedicato a Ciro e costruirono una scuola per ragazze.

Si ipotizzò anche di realizzare un film sulle Celebrazioni, ma il progetto non ebbe seguito.

A settembre del 1971, comunque, tutto era pronto. Lo Shah ispezionò le nuove infrastrutture a Pasargade e Persepolis, per assicurarsi che fossero perfette. Dopo tredici anni, il momento era finalmente arrivato.


I VIP CHE VENNERO (E NON VENNERO…) ALLE CELEBRAZIONI

I grandi assenti alle Celebrazioni, gli ospiti che lo Shah avrebbe fortemente voluto, furono sicuramente la Regina Elisabetta II ed il Presidente Nixon.


I Pahlavi volevano presentare la monarchia come forma ideale di governo, ma nel 20° secolo le monarchie non vivevano un bel periodo: molte di quelle europee erano state superate alla fine della Prima e Seconda Guerra Mondiale; Farouk in Egitto era caduto nel 1952, Faisal II in Iraq nel 1958, e le monarchie in Yemen e Libia erano state abolite nel 1962 e nel 1969.


Nonostante ciò, nella mente dello Shah la monarchia era una sorta di “confraternita mondiale”, e i suoi membri erano stati invitati a Persepolis per legittimare la corona dei Pahlavi come parte di questa istituzione mondiale.


Fu questa la ragione per cui, nelle Celebrazioni, furono osservate le regole di protocollo del 19° secolo, che assegnavano a re e imperatori uno status superiore a quello di presidenti e primi ministri.


Il capo iraniano del protocollo passò il 1971 in giro per l’Europa per definire i dettagli di queste regole, ed alla fine si decise di chiedere aiuto agli inglesi, che erano i maggiori esperti del tema. Decidere come collocare i VIP a tavola, nel banchetto reale, senza offendere nessuno, fu uno dei problemi maggiori.


Si creò quindi un tavolo fatto come un serpente, con cinque “punti di svolta” ai vertici dei quali si sarebbe seduto un membro della famiglia Pahlavi.

Naturalmente queste regole crearono qualche problema nei confronti di chi “reale” non era, e portarono, ad esempio, all’assenza del Presidente francese Pompidou.


La Gran Bretagna decise che la presenza della Regina sarebbe stata imbarazzante (una sorta di sottomissione allo Shah) e preferì inviare il principe consorte Filippo.


Il Presidente tedesco Heinemann, che aveva intenzione di partecipare, fu bloccato da un problema medico.

Nixon declinò l’invito per ragioni legate alla sicurezza. L’imperatore giapponese Hirohito si scusò adducendo l’età avanzata come ragione che gli impediva il viaggio.

In Europa, vista la forte critica alle Celebrazioni promossa dalla Confederazione degli Studenti Iraniani, e appoggiata da personaggi del calibro di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, molti governi decisero di evitare la partecipazione per non suscitare polemiche interne.

La principessa Beatrice d’Olanda, ad esempio, decise di non partecipare per non offendere i socialisti del proprio paese.

Il Presidente francese Pompidou si disse privatamente irritato del fatto che il protocollo delle celebrazioni lo avrebbe fatto collocare dopo il Re del Lesotho. Rispondendo alla stampa, aggiunse che probabilmente lo avevano scambiato per un cameriere francese. Ciò non guastò comunque le relazioni con l’Iran, e Pompidou probabilmente aveva ragioni più serie e non note per rifiutare l’invito, rispetto alle questioni di protocollo.


Georges Pompidou, Presidente della Repubblica Francese dal 1969 al 1974

Israele non fu ufficialmente invitata alle Celebrazioni, per evitare il boicottaggio dei paesi arabi e di offendere la pubblica opinione iraniana, ma studiosi israeliani furono invitati al Congresso di Iranologia e ospitati segretamente nei dintorni di Shiraz in modo che potessero partecipare.


Anche la Repubblica Popolare della Cina fu invitata (dopo che ad aprile 1971 la principessa Ashraf Pahlavi aveva visitato il paese), ma l’inviato si ammalò durante il viaggio verso l’Iran e fu sostituito dall’ambasciatore cinese in Pakistan.


L’assenza di Elisabetta II, Nixon e Pompidou fu un grave smacco per lo Shah, perché ridusse la risonanza internazionale dell’evento, considerato che fin dal 1960 l’Iran aveva creato in tutto il mondo appositi Comitati Nazionali per le Celebrazioni, con ai vertici personalità di rilievo (De Gaulle ad esempio presiedeva il Comitato francese, Re Baldovino quello belga, il generale Franco quello spagnolo…)


Comunque sia, la festa ebbe finalmente inizio.


LA GLORIFICAZIONE DI CIRO IL GRANDE

Le Celebrazioni iniziarono martedì 12 ottobre con una cerimonia chiamata “Glorificazione di Ciro”, a Pasargade. L’area intorno alla tomba fu preventivamente ripulita, rimuovendo una moschea del 13° secolo, e con essa qualsiasi traccia dell’era islamica. Ciro il Grande era un eroe iraniano, e non doveva essere associato con l’Islam.


Alla cerimonia furono invitati ministri del governo, rappresentanti delle religioni, studiosi di iranologia, giornalisti, accademici iraniani, rappresentanti dell’esercito Imperiale. Fu una cerimonia breve (45 minuti), ma volutamente carica di emozione.


Il momento culminante della cerimonia fu un discorso dello Shah, scritto dal suo ghost-writer Shojāʿ al-Din Shafā, che esaltò Ciro come rispettoso dei diritti umani e delle religioni dei popoli conquistati (una narrazione evidentemente destinata a supportare l’ideologia Pahlavi), rivolgendosi direttamente all’antico Re e presentandosi come suo successore.



Il giorno dopo, il 13 ottobre, si aprì a Shiraz il Secondo Congresso Internazionale di Iranologia, a cui furono invitati 275 studiosi da 38 paesi del mondo. Per gli studiosi era stato predisposto un programma simile a quello dei capi di stato, ma che si realizzò in giorni diversi.


I capi di stato e i loro staff iniziarono ad arrivare dal 12 ottobre all’aeroporto di Shiraz, da cui venivano trasferiti in elicottero o auto fino a Persepolis, dove lo Shah li attendeva per salutarli sulla sua Rolls Royce aperta. In tutto, arrivarono 62 capo di stato, 50 dei quali vennero ospitati nel villaggio di tende. Tra gli ospiti, il principe Filippo e la principessa Anna in rappresentanza della regina Elisabetta II; il Presidente dell’Unione Sovietica Podgorny; il vicepresidente degli Stati Uniti Spiro Agnew; re Hussein di Giordania, l’imperatore etiope Haile Selassie, amico di vecchia data dello Shah.

A guidare i tour di visita degli eminenti ospiti furono scelti studenti Baha’i (comunità che lo Shah aveva perseguitato negli anni ’50 del secolo scorso), a dimostrare che la società guidata dai Pahlavi era aperta ed inclusiva.


LA CENA DI GALA

La sera del 14 ottobre culminò nel famoso banchetto reale, che ebbe luogo nella grande sala da pranzo del villaggio di tende. Oltre ai capi di stato, ai loro entourage ed allo Shah, c’erano ministri e dignitari iraniani, ambasciatori e membri della famiglia Pahlavi.



Lo Shah aprì la serata con un discorso in cui evidenziava come si festeggiasse il patrimonio culturale iraniano, e come lo stesso appartenesse all’umanità intera. E presentò se stesso come sensibile alfiere dei diritti umani, della pace e della cooperazione internazionale.

E poi iniziò il banchetto.


Agli ospiti fu servito un menù che includeva uova di quaglia con caviale iraniano, mousse di code di gamberi, sorbetto allo champagne e pavone imperiale. Le bevande inclusero champagne di sessanta anni, i più raffinati vini francesi, cognac vintage.

L’assenza di cibo iraniano fu chiaramente un fallimento, dal punto di vista della comunicazione, anche se esso fu servito la seconda sera, in modo quasi informale. In questa occasione, i cuochi iraniani assistettero i cuochi stranieri nella preparazione dei piatti della cucina persiana.

Dopo il banchetto reale, gli ospiti furono condotti a Persepolis per uno spettacolo di “suoni e luci”.

Attori con abiti tradizionali del periodo Achemenide camminavano e recitavano le voci degli antichi re tra le rovine, mentre sulle stesse venivano proiettati i simboli zoroastriani dell’Antica Persia. Fu uno spettacolo tecnologicamente all’avanguardia e molto apprezzato dagli ospiti (la tecnica fu poi ripresa per progetti simili nel mondo, ad esempio a Versailles).


LA PARATA DI PERSEPOLIS

Il 15 ottobre, organizzata scrupolosamente da un sottocomitato di studiosi che si riunì quasi 500 volte negli ultimi due anni prima delle Celebrazioni, si tenne a Persepolis una marcia di 3.500 soldati in costume, che rappresentavano le varie epoche della storia iraniana.



Il disegno dei costumi era l’esito di dodici anni di studi, con l’obiettivo di garantire la migliore autenticità possibile.

Sebbene le Celebrazioni siano state demonizzate dalla Rivoluzione Islamica, venticinque manichini vestiti con i costumi di quella parata sono ancora esposti nel museo militare nel complesso del Saʿdābād Palace a Teheran.

Anche la parata, che durò due ore, fu aperta da un discorso dello Shah, che questa volta si presentò come erede di Dario.

La sera fu organizzato il banchetto a base di cibi persiani, in modo più informale rispetto al banchetto reale, servito agli ospiti seduti per terra o su bassi sedili, con corredo di musiche e danze tradizionali.

Questo banchetto fu snobbato dalla stampa, e qualche sequenza di esso è visibile solo in “Forugh-e Jāvidān” di Farrokh Golestan.


TEHERAN, 16-17 OTTOBRE

Il 16 ottobre gli ospiti furono condotti a Teheran per l’inaugurazione della Torre Shahyād-e Āryāmehr (ora Azadi) e dello stadio Āryāmehr (Shahyād significa “ricordo dei re”, Āryāmehr “sole degli Ariani”, titolo che lo Shah si era fatto attribuire dal Parlamento).

Il primo progetto della Torre, dell’architetto iraniano Amir Nosrat Monaqqah, non piacque allo Shah, che lo reputò troppo modesto; il 1° settembre del 1966 fu annunciato un concorso mondiale per il progetto della Torre, con l’unico requisito che il monumento non fosse più alto di 45 metri.

Tra i 21 progetti ricevuti, vinse quello presentato da Hoseyn Amānat, un giovane Baha’i laureato all’Università di Teheran, che presentava “una eccellente sintesi tra archi imperiali romani, templi del fuoco parti, iwan dell’epoca sasanide, torri delle tombe selgiuchide, muqarnas safavidi…” (Amānat dovette fuggire in esilio dopo la Rivoluzione Islamica, che vide la ripresa delle persecuzioni contro i Baha’i).


Foto di muhammad nuri da Pexels

La Torre ospita un museo sulla storia dell’Iran, ed ha ospitato per qualche giorno il Cilindro di Ciro (prestato dal British Museum) dopo la sua inaugurazione.

L’area intorno al monumento fu disegnata come una piazza, e la posizione è sul percorso che i visitatori compivano per giungere in città dall’aeroporto (allora il principale ed unico era quello di Mehrabad: l’Imam Khomeini Airport, a sud-ovest della città, fu inaugurato solo nel 2008).

L’inaugurazione dello Stadio avvenne il giorno successivo, 17 ottobre. La costruzione era durata due anni e mezzo: per accedere allo stadio, gli spettatori dovevano passare sotto “l’arco reale”, sovrastato da una statua di bronzo dello Shah da cinque tonnellate.

Con 100.000 posti, fu pensato per ospitare le competizioni calcistiche dei Giochi Asiatici del 1974, ma divenne anche un fulcro della candidatura dell’Iran per ospitare le Olimpiadi del 1984.

Molti degli ospiti delle Celebrazioni erano già partiti, ma chi rimase assistette a parate, spettacoli di danza e all’esibizione di un migliaio di aderenti alle associazioni di zurkhāneh.


IL CILINDRO DI CIRO

Scoperto dagli inglesi durante gli scavi a Babilonia, nel 1879, venne acquistato dal British Museum nel 1880. Le scritte sul cilindro sono relative alla invasione di Babilonia compiuta da Ciro nel 539 a.C., e presentano Ciro come un liberatore del popolo di Babilonia dal precedente tiranno.

L’oggetto ha sempre avuto una particolare rilevanza storica, ma dal 1960 si trasformò in qualcosa di diverso, e fu sottoposto ad una manipolazione politica che raggiunse appunto il culmine nel 1971. Da semplice iscrizione divenne un simbolo nazionale, evidenza dei supposti “valori umanitari” di Ciro – che ovviamente si propagavano fino ai Pahlavi.

Dal 1968, l’Iran contattò le ambasciate straniere per aver artefatti iraniani da esibire durante le Celebrazioni. Una prima richiesta di disporre del Cilindro di Ciro fu respinta dal Foreign Office, che temeva che l’oggetto – una volta in mano agli iraniani – non sarebbe più stato restituito. Ma, ad insaputa della diplomazia inglese, il British Museum aveva dato invece risposta positiva alla stessa richiesta di prestito del Cilindro giunta dall’ambasciatore iraniano a Londra.

L’oggetto arrivò in Iran nelle valigie di Richard Barnett, un collezionista che era stato invitato al Congresso di Iranologia, all’insaputa del Foreign Office.

Ovviamente gli iraniani provarono a fare pressioni per tenersi il Cilindro, ma Barnett fu bravo a resistere – persino scortando in modo permanente il principe Filippo per evitare che lo Shah lo avvicinasse per porgli la richiesta, e riuscì a riconsegnare l’oggetto al British Museum al suo ritorno.


(3- Continua)

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